CAMMINO DI SANTIAGO

Un passo dopo l’altro. Il Cammino francese.

di Cecilia Costella

 “ ascolta sempre il tuo corpo e il tuo cuore, è l’unico consiglio di cui hai bisogno”

questo mi ha risposto Giacomo quando gli ho chiesto di darmi delle dritte sul Cammino di Santiago.

“Si va beh, perle di saggezza a parte, cosa devo portarmi? come devo fare lo zaino? Insomma ho bisogno di consigli tecnici, non di aforismi!”

Lui mi ha detto che ero abbastanza intelligente da sapere cosa mettere in uno zaino che sarebbe diventata la mia casa per più di 800 km e che per quanto lo riguardava non aveva altro da dirmi in merito.

Ma le ansie non passavano, così ho richiesto a Giorgia, un’altra ragazza che aveva già percorso il cammino. Lei mi ha ribadito:

“Tu diventerai una lumachina e lo zaino sarà il tuo guscio. Sta a te decidere cosa portare, ah ricordati di prendere un sasso che poi lascerai lì.”

DSCN6326Ho pensato che erano tutti fulminati, mi son arresa rimandando i dettagli tecnici al prepartenza, ed essendo pigra in maniera irrecuperabile, alla fine, mi sono ritrovata a prendere il treno per l’ aeroporto senza praticamente essermi documentata su nulla, senza aver organizzato niente, con una guida che nemmeno avevo sfogliato!

Perché decidere di fare questo viaggio?

DSCN6303Se devo essere onesta è stata la mia Prof di Arte-terapia ,quasi letteralmente, a ordinarmi di farlo.

Io mi ricordo solo molto bene che ero confusa, stanca e piena di dubbi, era l’anno dopo la mia laurea, non sapevo bene cosa fare del futuro, gli amici dell’università, anche quelli più cari se ne stavano andando, il ragazzo di cui ero innamorata era partito; mi sentivo persa e non riuscivo a fare altro che stare ferma a guardare gli altri prendere decisioni senza farne nessuna: ero piena di perdite, piena di addii, facevo acqua da tutte le parti.

Lei mi ha detto che dovevo partire anche io una buona volta, per trovare la cura a questa instabilità e recuperare la forza perduta, per ricordarmi che nella vita bisogna essere come gli alberi, che hanno il tronco che porta scolpite le cicatrici di tutti i nostri ricordi, di quello che siamo e siamo stati, di tutti gli anni trascorsi, che deve essere solido per sorreggere la chioma, perché come le nostra testa può contenere di tutto. E cosa fondamentale, abbiamo le radici, ma a differenza degli alberi siamo più fortunati poiché possiamo muoverci e portare tutto con noi.

1230080_645097322169663_1928997231_nAvevo una paura pazzesca, ma ho iniziato a sentire che era la cosa giusta, man mano che i giorni passavano non vedevo l’ora che arrivasse il momento di andare, per poter tornare a casa con il mio albero ben robusto (a proposito, credo di aver scoperto di essere un salice piangente).

Un biglietto che partiva da Bergamo per Lourdes il 23 luglio del 2013 con il rientro dopo 35 giorni da Santiago de Compostela: queste date erano l’unica cosa certa che avevo nel mio zaino di 8 kg e mezzo, insieme a 3 paia di mutande, tre di calze, un sacco a pelo leggero, il sapone di Marsiglia (per lavare me e i vestiti) delle mollette per stendere, un paio di sandali da alternare alle scarpe da trekking, pantaloni lunghi e corti, tre canotte, due felpe e un quaderno.

Così sono partita, alla ricerca del mio albero totem e di chissà cos’altro.

DSCN9996Non ho idea di come si raccontino 800 km.

Non farò un itinerario delle tappe e non descriverò tutte le salite e le discese . Quello si trova già sulle cartine.

Ho percorso il cammino francese, che parte da San Jean Pie de Porte e arriva a Santiago de Compostela, anche se a Santiago poi non mi sono fermata e ho continuato fino a Finisterre, al km zero, chiamata la fine del mondo e la è davvero per quanto è bella.

La media è stata di 23 km al giorno nonostante alcuni giorni mi sono trovassi a farne 30 e altri solamente 15, sempre seguendo le famose frecce gialle che ti indicano la giusta direzione.

freccia

Il cammino per Santiago è durato un mese esatto, per arrivare a Finisterre sarebbero serviti altri 3 giorni, ma ho scelto di andarci con l’autobus, anche se con rammarico perché mi hanno detto essere uno spettacolo indescrivibile in quanto il percorso è a vista oceano e si cammina direttamente sulle spiagge.

Finite queste misere spiegazioni logistiche posso addentrarmi attraverso le strade interne di quello che è stato per me il Cammino.

Siamo atterrati con l’aereo a Lourdes e abbiamo preso il taxi (il treno non si poteva perché durante la notte c’era stato un allagamento in qualche punto)che porta a San Jean. Al mattino siamo partiti per i Pirenei.

1239956_645097892169606_564987456_nDico siamo perché ho iniziato sola, ma sola non sono quasi mai stata. Ho conosciuto subito delle persone in aereo, con cui ho condiviso i primi giorni, e di questo non smetterò mai di essere grata in quanto ero davvero spaesata e impreparata.

Non sapevo che bisognasse prendere le credenziali (un libretto con dei timbri di certificazione che ti vengono fatti a ogni tappa, che ti permette di dormire negli albergue dei pellegrini, e ti consente di avere “l’attestato” del Cammino arrivati a Santiago) e la concha (conchiglia) di buon auspicio da legare alla mochila (zaino).

Passati i Pirenei e finita la prima tappa avevo già un ginocchio a pezzi (nella mia immensa ignoranza mi ero “allenata” facendo passeggiate per la pista ciclabile, ignorando completamente che il cammino passasse per boschi, strade, dislivelli, ecc). Dopo il primo giorno mi sentivo già un rottame ma non avevo nessuna intenzione di arrendermi così presto. Vedendomi zoppicare un uomo mi ha dato il suo tutore per il ginocchio (se così si chiama) e mi ha detto “non preoccuparti, a me non serve me lo ridarai in aeroporto” e li per li, ho pensato “ma certo perché vuoi proprio che abbiamo l’aereo lo stesso giorno? “(e invece così è stato.)

Questo è stato uno dei primi indizi che mi ha portato poi a realizzare che il cammino ti da quello di cui hai bisogno. A volte lo sa meglio lui di te e l’unica cosa che devi fare è ascoltarlo.

DSCN0009Lo so, con questi presupposti viene spontaneo pensare che i miei amici sopra citati non siano gli unici fulminati. Ma, chiunque lo abbia fatto può confermare: il cammino è, come dire, incantato, per davvero, basta solo sapersene accorgere ed avere fiducia in questo.

notte

Comunque, misticismo a parte, la sera sono arrivata esausta, una delle prime 30 sere in cui sarei arrivata esausta, alle 22 luci spente e comincia la notte. Alle 5 ci si sveglia e si parte, senza se e senza ma e dimenticavo di dire che per i pellegrini ci sono gli albergue, che sono dei dormitori comuni, alcuni a basso prezzo altri donativi, dove c’è anche la cucina in condivisione e sempre in comune i pochi bagni.

Le prime tappe era tutto così nuovo così diverso dal mio quotidiano che ogni cosa sembrava assurda, poi però, ho iniziato ad accogliere questo vivere, e dopo poco era così naturale che immaginare altrimenti era impensabile.

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Pian piano, non importa più se quello sotto il tuo letto russa no stop, o se quello vicino si continua a muovere, ma tu alle 5 ti alzi e anche con poche ore di sonno l’idea di restare nella branda non ti passa nemmeno per la testa.

Fuori sai che c’è un cielo indescrivibile che ti aspetta, ormai l’hai imparato: è così che sono i cieli che ti regala il cammino. Hai le stelle dappertutto che sembrano così vicine quasi da poterle toccare, ogni volta è uno spettacolo commovente e questa descrizione non gli rende giustizia nemmeno la metà.

DSCN6301Come le parole non potrebbero rendere onore ai girasoli che ti accolgono all’alba, le mucche e le pecore che ti accompagnano lungo la strada quando è ancora notte- quasi mattina e ti senti in comunione con il mondo. Tutto è ancora in dormiveglia (anche il tuo ginocchio che urla sempre) e così passano i chilometri, i giorni, freccia dopo freccia.

1234662_645106775502051_1700628368_nUn po’ alla volta i compagni iniziali spariscono e ne arrivano altri. Questo succede in modo naturale, senza quasi fare rumore, privo di quella sottile sofferenza che solitamente accompagna i congedi, se c’è qualcuno che ti sta a cuore non hai il timore di perderlo perché sai che lo incontrerai ancora, quando sarà il moneto giusto e così succede, sempre.

Nel cammino c’è spazio per tutti: dai guru ai marpioni, dai giovanissimi a ultra settantenni, da coppie, comitive ai lupi solitari… e la lista è infinita. Sul cammino puoi incontrare chiunque.

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Ho conosciuto tantissime persone, ma alcune me le porto nel cuore e così sarà all’infinito. Ci siamo persi di vista dopo il ritorno, anche se per un po abbiamo provato a tenerci stretti, ma non smettono mai di essere preziose per me. Custodisco il loro ricordo con estrema protezione, perché pochi al mondo mi conoscono come loro.

C’è una sincerità di mostrarsi che non è paragonabile nella vita reale; perché li che tu voglia o no le forze per fare finta di essere prima o poi ti abbandonano.

DSCN6298A volte piangevo perché mi sono scoperta scorbutica, maleducata, tremendamente fragile, aggressiva, paurosa, insomma una merda e non ero abituata a sentirmi così, io che sono stata educata a essere gentile e carina con tutti.

Ma li, come ho detto poco fa, non si può fare finta, non ne hai le forze.

Un giorno che ero disperata mi arriva un messaggio dalla Marti che mi chiede come va e io le dico che mi sento uno schifo che non mi riconosco e lei mi dice , che “non c’è problema, ogni tanto anche il peggio ha bisogno di uscire, lascialo passare, è umano”. E’ come se questo messaggio mi avesse dato il permesso di poter respirare a pieni polmoni, come quando hai mangiato tantissimo e finalmente arriva il momento in cui ti slacci i pantaloni, ti togli un vestito troppo stretto, o ti sfili le scarpe col tacco. E sei scalzo. Sei nudo. Sei nudo anche dentro. Ed è una cosa che non ci si concede molto spesso.

DSCN9994Ogni giorno è stato unico, ogni passo, ogni pensiero, ogni cielo e ogni tramonto, perché la natura non finisce mai di meravigliarti, e per fortuna in quei giorni li si hanno anche i giusti occhi per accorgersene.

Ci sono stati dei momenti più indimenticabili di altri e sarebbe un affronto tacerli. Come quando Isac, il ragazzo che è partito col suo violino, ha suonato in una chiesetta in mezzo al nulla, erano le quattro di pomeriggio, fuori faceva un gran caldo, la chiesa era bianca, piccolina, dodici panche al massimo, nessuna statua d’oro, nessun quadro regale e forse proprio per questo è stato così bello. Essere seduta li in mezzo a poche persone, che erano tutto il mio mondo, in quel momento di intimità e aggregazione contemporaneamente. In quella chiesa si entrava con la delicatezza che si usa quando si entra nella camera di un bimbo che dorme. Ci si sedeva in punta di piedi. È stato un istante sacro.

DSCN6378Indimenticabile è stata anche la fontana del vino, eh si, avete capito bene, una fontana da dove sgorga del vino perennemente, peccato che ci si arriva stremati e con il sole che ti picchia in testa, la voglia di bere non è al massimo (ma c’è, del resto fa buon sangue, come dicono sempre i nonni).

fontana-vino-santiago-compostelaNon so se vi ricordate del sasso che mi hanno detto di raccogliere all’inizio, beh, la croce di ferro è il luogo dove va abbandonato. Si trova nei Montes de Leon, a pochi chilometri da Foncébadon e a quasi 250 km da Santiago de Compostela. Ero scettica su questa tradizione, ma appena sono arrivata li, tutto mi è stato improvvisamente chiaro. È stato come essere sotto un incantesimo per un attimo le altre persone intorno erano sparite. Restavo io con il mio sasso e la consapevolezza di quello che lasciavo davvero oltre il sasso, su quella montagna di altre pietre.

DSCN0013Credo che ci siano degli abbandoni necessari nella vita ed esserne gli autori a differenza di quanto si pensi fa un male pazzesco perché magari sono cose (o persone) che abbiamo amato più di quanto sia lecito pensare. La prima volta che ho lasciato qualcosa, andavo in quinta elementare, ed erano le mie barbie. Io che non volevo fare altro tutto il giorno, un pomeriggio ero seduta in camera e non riuscivo più a giocarci, non mi venivano storie da mettere in scena e stare li a cambiargli i vestiti era stupido. Era come se qualcosa stonasse. Lo so che sembrerà sciocco ma ho provato per giorni e giorni a giocarci ancora, non mi volevo arrendere, ma c’è stato un moneto in cui ho dovuto farlo. Io e le barbie avevamo chiuso. Basta. Era finito quel tempo. Ecco, io su quella croce di ferro, lasciando il sasso, li per sempre mi sono svuotata un pezzo di cuore, con la differenza che quando si è grandi quello a cui si dice addio con le barbie non ha niente a che fare.

Tante volte pensavo di non farcela, perché avevo il ginocchio a pezzi o ero esausta. Per esempio come quando ti trovi ad affrontare le mesetas che sono chilometri e chilometri e poi ancora e ancora chilometri tutti uguali, di praticamente nulla ,ci si sente stremati. Allora ho pregato, ho pregato tanto, ma non Dio, non ho avuto rivelazioni spirituali in questo senso. Affidavo le mie preghiere al cielo al mare e a mia nonna che è stata la persona più coraggiosa che abbia mai incontrato, chiedevo a lei di darmi la forza, perché di forza ce n’era bisogno. Eccome.

DSCN6300Alcuni momenti erano magici, e non ci sarebbe altra parola per descriverli, altri mi sono ritrovata a piangere attaccata alle porte di un monastero delle suore di clausura, in mezzo alle formiche raggomitolata. Sì, di pianti ce ne sono stati parecchi, mi sono allagata spesso.

DSCN9995 (1)Non so spiegare cosa succede su quella strada, so solo che esce tutto, come se il corpo si spurgasse, (e lo so che la parola non è delle più eleganti, ma l’eleganza è l’ultima cosa di cui ti ricordi in quei giorni li) si butta fuori tutto senza volerlo e senza saperlo.

Si è indifesi, senza armature, senza maschere, quando si dorme in camerate con 100 persone, con 5 bagni in tutto , o quando dopo 30 km ti devi accontentare di dormire con dei cartoni addosso in un prato sotto le stelle ( e sarò sempre grata alle stelle per esserci state), o per terra nel dehor di in un bar perché l’unico albergue libero è infestato dalle cincia dei materassi (tipo pulci) e tu ne hai già prese a sufficienza.

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Fatica sofferenza rinascita.

Dicono che durante la strada si passa per queste tre fasi.

Le prime due le avevo superate indubbiamente e aspettavo con impazienza la terza.

Verso la fine, mi svegliavo sperando di essere illuminata, o che ne so, qualcosa di simile , ma sta cazzo di rinascita tardava ad arrivare. Giunta a Santiago ho immediatamente capito che non era quella la mia rinascita che non era ancora arrivato il mio momento, perciò senza dire niente a nessuno sono partita all’alba della mattina dopo da sola verso Finisterre.

66785_163367023865921_2111894078_nSono andata al km zero, dove la tradizione narra di bruciare qualcosa che abbiamo avuto con noi per tutto il viaggio. E mentre bruciavo le mie calze e avevo davanti l’oceano, ecco li, al tramonto con quel vento su quella roccia ho capito che ero arrivata a destinazione e mi sono sentita felice, per davvero.

Solo li, alla fine del mondo, quando ho smesso di essere testarda, di impuntarmi e ho semplicemente seguito quello che sentivo -”il cuore ti dice cosa vuoi e la testa ti dice come farlo”, mi ha sempre insegnato la mia prof,- ho capito che le parole di Giacomo avevano un senso e che quello sì, era davvero l’unico consiglio utile che potessi ricevere. (L’ho capito tardi ma, come dice il proverbio meglio tardi che mai no?)

Li ho aspettato che arrivassero tutti gli altri, sapevo che sarebbero arrivati, che ci saremo ritrovati e che non ci sarebbe stato nulla da spiegare. E così è stato. In quei cinque giorni li, ho visto tutta la ciurma arrivare a scaglioni direttamente dalla spiaggia, costeggiando l’oceano. Sono stati veramente momenti straordinari (perché altra parola non saprei trovarla).

Il cammino si fa fuori e dentro.

DSCN6307Ma questo l’ho capito col famoso senno di poi.

Che i piedi da soli non bastano ad andare avanti e che non era necessario microfratturarsi un menisco, aver il ciclo tre volte, drogarsi di ibuprofene, non voler mai prendere l’autobus per una tappa o fermarsi un giorno in più a riposare. Il cammino ti da quello ci cui hai bisogno e io forse avevo bisogno di soffrire, forse avevo necessità di farlo. Chi lo sa, oggi mi piace pensare cosi’ alla mia inutile testardaggine.

Come ho fatto a farlo? Un passo dopo l’altro.

Alcune volte guardavo le salite e dicevo: “NO.” Avevo i piedi tumefatti, gonfi sanguinanti, e ispezionavo in cima alla salita e non vedevo la fine.

DSCN0034Allora ho cominciato a considerare solo i miei piedi. E la strada mi faceva meno paura. Questa è stata una grande lezione. Di non preoccuparmi dei km di salita ma dei passi. Come a dire, vivi questo momento, ogni passo è contemporaneamente un prendere e lasciare.

Perché quello che hai fatto è già passato superato, non ti riguarda più e quello che farai dopo ancora non è arrivato.

Insomma per citare una bellissima frase di Buddha, che sicuramente esprime questo concetto in un modo molto più trascendentale di quello che potrei mai nemmeno immaginare io

“Il segreto della salute fisica e mentale non sta nel lamentarsi del passato, né del preoccuparsi del futuro, ma nel vivere il momento presente con saggezza e serietà. La vita può avere luogo solo nel momento presente. Se lo perdiamo, perdiamo la vita. L’amore nel passato è solo memoria. Quello nel futuro è fantasia. Solo qui e ora possiamo amare veramente. Quando ti prendi cura di questo momento, ti prendi cura di tutto il tempo.”

Questo mi ha aiutato davvero a trovare la lucidità (perché sotto il sole che picchia, l’ibuprofene di cui hai abusato e il ginocchio che ti cede a ogni passo, ogni tanto la lucidità è facile perderla.) per arrivare fino in fondo (e anche oltre).

Ho imparato tante cose, e poi me le sono dimenticate, perché nella vita reale è difficile conservare quella magia che c’è li. Non si può. Per quanto abbia lottato per farlo, non si può. Piano piano ho perso pezzi, scoperte emozioni ricordi.

Cosa mi sono portata a casa?

  • Le cicatrici di punture da cincia,
  • più di un kg di conchiglie dell’oceano,
  • tante persone che nonostante le distanze sono rimaste indimenticabili,
  • l’ insegnamento che tutte (se intendete cosa voglio dire) le strade si fanno un passo alla volta,
  • ma sopratutto la consapevolezza che come dice Calvino :
    “non ci può essere amore se non si è se stessi con tutte le proprie forze”

sicuramente di cose da raccontare ce ne sarebbero tante altre, ho scritto un diario di bordo che però non ho voluto rileggere adesso, del resto come mi ha detto una persona cara un pomeriggio di dicembre

“ci sono giorni di cui non serberai nessuna memoria ed altri in cui rammenterai perfino l’odore del vento”

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e qui sopra ci sono custoditi un po’ di quei giorni.

Buon cammino.

Ho faticato nell'impaginare questo racconto. Avevo paura di sfiorare qualcosa, di rompere un flusso. Mi sono sorpresa commossa, per un istante solo, perché:"con questi presupposti viene spontaneo pensare che i miei amici[...] sono tutti fulminati." Grazie Cecilia, di aver regalato a Martripblog questo Cammino che sorvola Santiago ma fa sentire "l'odore del vento". Credo che la formula sui diritti riservati sia superflua. E' evidente che questo racconto è solo tuo, ma se qualcuno vuole prenderselo, buon per lui, non potrà che fargli bene.
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Un pensiero su “CAMMINO DI SANTIAGO

  1. Complimenti
    Letto tutto di un fiato BELLISSIMO
    Non credi che il Cammino sia in realta la VITA
    Gia fatto iil francese Partiro il 30 luglio per il Portoghese tratto
    PORTO -SANTIAGO
    Fammi gli auguri
    GRAZIE
    ALESSANDRA

    Mi piace

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