EVEREST BASE CAMP

Fino alla base di un grande sogno. Trekking al Campo Base dell’Everest

di Martina Fortunati

Sbagli se stai pensando di non poterlo fare! Sbagli se stai pensando di non farlo!

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A Gorak Shep i primi cartelli dell’ultima tappa: il Campo Base dell’Everest

Oltre 120 km in 12 tappe per arrivare oltre i 5643 m. Freddo, caldo, neve e raggi solari. Un viaggio in cui, a dispetto del suo nome, l’unica cosa che davvero NON conta è l’arrivare. L’Everest Base Camp è solo un pretesto.

Panorama dal kala Pattar
Il panorama più bello del mondo? Everest, Nuptse, Lhotse dal Kala Pattar

Per vedere fino a che punto può mancarti il respiro – e non mi riferisco soltanto alla percentuale inferiore di ossigeno sopra i 3500 m,

per capire quanto possono rilassarsi i muscoli del tuo corpo – pur camminando ogni giorno,

per temprare il femminino che fa parte di te – lavandoti in modo più che precario.

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Il trekking fino all’Everest Base Camp è costellato di bandierine della preghiera

Ruote di preghiera che vorticano nelle acque scroscianti del Dudh Kosi, sventolanti bandierine, mantra incisi nelle pietre a dividere il sentiero, alti templi che lanciano nell’aria sutra ritmati e antiche litanie, sherpa dis-umani che portano pesi incredibili dai 2000 ai 5500 metri e il tuo corpo.

Mai stato così presente nella tua vita, mai stato così il capitano di tutto.

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Il corpo, ma non la fatica, non lo sforzo, non i muscoli; non solo, per lo meno.

Per questo ti dico che sbagli se pensi che questo sia un viaggio riservato agli atleti, come sbagliavo io allenandomi allo sforzo nel pre partenza. E’ vero, il tuo corpo dovrà dimostrare di essere “all’altezza”.

DSC_0162Ma respirare a 5500 metri non è difficile solo per te che non sei allenato. E’ dis-umano.

Avere un fisico all’altezza dell’Everest Base Camp significa essere in grado di far dialogare la mente e ciò che la mette in comunicazione con l’esterno; con l’alta montagna in questo caso.

Ho visto atleti capaci di vincere gare di running sui Pirenei abbandonare l’impresa nella notte; ho visto signore molto simili a Jessica Fletcher portare i propri occhiali da lettura a 5570 metri.

I primi pensavano di conoscersi alla perfezione, le seconde interrogavano le proprie membra tutte le sere.

Il viaggio fino al campo base dell’Everest è un viaggio che farai convivendo al cento per cento con te stesso.

Se pensi di reggere questa convivenza, arriverai sul Kala Pattar e vedrai lo spettacolo migliore che questo pianeta ha in serbo per la nostra specie. Come faccio a saperlo? Io c’ero.

DSC_0472Ben presto scoprirai che il viaggio fino al campo base dell’Everest nasconde un paradosso che condivide con altri cammini e pellegrinaggi. Si definisce attraverso la meta fisica e finale, ma la sua essenza non ha nulla a che vedere con un traguardo. Ben presto scoprirai che tutti i “What to see” collegati alle varie tappe del viaggio sono solo parole adatte a riempire guide turistiche.

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Tengboche Monastery

A volte troverai un incantevole monastero buddista, come a Tengboche, una scuola fondata da Sir Edmund Hillary, un villaggio Sherpa particolarmente affascinante, un ponte apparentemente troppo sospeso… li osserverai con ammirazione, ma sarà un’osservazione e un’ammirazione sdoppiata, riflessa; guarderai attraverso uno specchio, ti vedrai come parte di quel tutto e proverai un immenso sentimento di conquista. Non conquisterai l’Everest, ne’ il Nepal, bensì te stesso.

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Non solo Everest: lo straordinario spettacolo del Ghiacciaio del Kumbu

E allora i sentieri panoramici costellati di mantra e stupa e sherpa, i 7000 a un palmo di mano, i ponti sospesi percorsi da imponenti yak e la confluenza di fiumi impetuosi ti sembreranno “casa”.

DSC_0299Così come completamente normale sarà camminare dall’alba e fermarsi soltanto al segnale del corpo: quando l’iperventilazione e l’aumento del ritmo cardiaco -che salendo diventa sempre più marcato- non compenseranno completamente la carenza di ossigeno, i tuoi muscoli diventeranno meno efficienti.

Ma, a questo punto, tu ti sarai già fermato. Hai tempo. Arrivare prima non farà che accorciare il piacere, interrompere il nirvana.

Sentiero da Lobuche a Gorak ShepTi fermerai in un lodge. Te lo posso assicurare. Perché dopo Namche Bazar, la capitale della regione dell’Everest, non troverai nessun altra sistemazione.

Sempre che tu non abbia deciso di fare un trekking al campo base dell’Everest in tenda.

Noi abbiamo optato per i lodge, diffusissimi e sempre disponibili lungo tutto il trekking e attrezzati quanto basta per permettere di ridurre l’equipaggiamento al minimo.

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In basso a destra Gorak Shep nella sua interezza: i tre lodge che la compongono.

E’ all’interno dei lodge che passerai la maggior parte del tuo tempo libero dal cammino, è qui che dormirai, che ti rilasserai, che consumerai i tuoi pasti, giocherai a carte, incontrerai altri trekkers e osserverai la vita degli sherpa e le enormi differenze che ti separano da loro.

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L’interno del Buddha Lodge a Gorak Shep. La stufa in ferro centrale, alimentata con sterco di yak, unica fonte di riscaldamento anche nei Lodge più grandi. Ti ci abituerai ;.)

Uno su tre tra gli sherpa che ti serviranno il pasto all’interno dei lodge ha scalato almeno una volta l’Everest e almeno una volta un altro 8000. Uno di loro ti porterà i noodles e tu potrai vedere nei suoi occhi il riflesso del ghiaccio nel punto più alto del mondo.

Egli è un eroe ma non si trova dall’altra parte dello schermo a raccogliere applausi. Ha salvato vite ma non sta dispensando consigli sulla vita in montagna. Lui è l’accompagnatore di Jake Gyllenhaal nel recente film di Kormakur, ma ti ha preparato la cena ed ora ti sta chiedendo se vuoi del te…

Tutti gli sherpa che incontrerai sul sentiero sono diversi da te. Loro non si stanno concentrando sul proprio corpo, semplicemente perché il loro è un corpo +.

Superuomini davvero:

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Gli sherpa sono geneticamente unici, nel senso che il loro genoma non ha subito mescolanze. E’ puro. Per questo motivo possono resistere più di qualsiasi alpinista a un’altitudine che solo gli eroi riescono a sfidare per più di due giorni.

A differenza dei normali trekkers, gli sherpa hanno più mioglbina, contenuta in globuli rossi più grandi e, di conseguenza, muscoli più ossigenati.

Lo stesso si può dire del metabolismo degli sherpa della regione dell’Everest.

IMG_2456Gli Sherpa sono i soli a poter restare a lungo sopra i 4000. Ma gli sherpa non portano solo il proprio corpo lassù. Generalmente sono sprofondati sotto carichi che superano di almeno dieci volte il loro peso complessivo. Porte, casse di birre, zaini di turisti, mattoni, provviste ecc.

Gli sherpa procedono lentamente sui sentieri del trekking del Sagarmatha National Park. Allo stesso modo, con assoluta mancanza di fretta, con l’eliminazione di qualsiasi smania dell’arrivo, dovrà procedere chi intende arrivare al Kala Pattar.

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Nessuno correrà, lungo il cammino fino all’Everest Base Camp. La lentezza renderà vano qualsiasi desiderio di prestazione atletica (a meno che non siate Killian Jornet, ovviamente). I vostri smart watch, impegnati a segnare l’altitudine, dimenticheranno volentieri la velocità.

Segnare l'altitudine

Per questo: il trekking fino al campo base dell’Everest è per voi più che mai accessibile. 

Da Lukla al Kala Pattar

A PIEDI. Due giorni dopo il rientro, sono salita sulla mia auto, diretta al lavoro. La sensazione che ho provato è stata straniante. Ci sono viaggi che, stravolgendo le abitudini consolidate, costringono i viaggiatori a riflettere sul significato dell’ovvio: non ultima, l’invenzione della ruota. Da Lukla al Kala Pattar non esistono auto, autobus, motorini, biciclette, carriole, carretti, trolley, trattori, ruspe, tosaerbe ecc. Le uniche ruote possibili sono quelle degli elicotteri.

E anche se la lista delle “mancanze”, nel Sagarmatha National Park, è piuttosto lunga, la completa assenza di trasporti su gomma mi sembra abbastanza indicativa non tanto dei deficit di questa regione, quanto di un bisogno unico ed inglobante, che si fa sempre più pressante via via che l’altitudine diventa più elevata e che non mi stanco di ricordare a chi deve partire: il bisogno, stringente, di poter contare sul proprio organismo: sul corpo non meno che sullo spirito.

  1. LUKLA (2800) – MONJO (2840)

Siamo atterrati a Lukla, su una delle piste più pericolose del mondo, di primo mattino, con un areoplanino giocattolo partito prestissimo da Kathmandu.

Ci abbiamo messo un po’ a spiegare a tutti i portatori e le guide presenti all’aeroporto di Lukla -per offrire servigi di qualunque tipo- che avremmo percorso l’intero cammino autonomamente.

Abbiamo infatti deciso di trasportare i nostri zaini e di seguire i sentieri in modo indipendente. E’ stata una scelta assolutamente felice da tutti i punti di vista, che consigliamo caldamente. In molti si chiedono se il sentiero da Lukla all’Everest Base Camp sia segnato in modo preciso. La risposta è che esiste un solo sentiero, con un’unica deviazione ben segnalata, che porta ai laghi di Gokyo: non c’è possibilità di errore.
DSC_0056Appena atterrati, è consigliato mettersi subito in viaggio verso Phakding, sia perchè Lukla è una vera stazione di passaggio, sia perché a Lukla si dovrà pernottare la notte prima del rientro a Kathmandu, in attesa del volo di ritorno.

DSC_0048Di Lukla portiamo con noi lo stupore. A Lukla abbiamo visto, per la prima volta, tutto ciò che dopo qualche passo sarebbe diventato la nostra quotidianità: sherpa, yak e asinelli carichi di sacche da viaggio, massi coperti di “om”, rulli della preghiera, chorten, ponti sospesi, zuppe d’aglio ecc.  Abbiamo fotografato ogni passo, come se fosse l’ultimo, almeno per i primi chilometri.

E, ben presto, siamo arrivati a quella che era, da programma, la nostra prima tappa: Phakding.  Era il primo pomeriggio e ci sentivamo pieni di forze, quindi perchè non proseguire? In avanti, alla volta di Monjo (2840).

Saltare le tappe, fino a 3500 m s.l.m., è un lusso che si possono permettere quelli che reagiscono bene all’altitudine elevata. Noi siamo piuttosto fortunati. Per altri è naturale fermarsi più spesso. Senza contare che superati i 4000 la montagna diventa estremamente democratica e non concede sconti a nessuno.

Il dislivello tra Lukla e Monjo è praticamente inesistente, se non fosse per i continui saliscendi che moltiplicano il dislivello reale.

Monjo offre squarci indicativi sul quadro del dopo-terremoto. Gli edifici crollati non sono moltissimi, ma le macerie sono state solo raccolte e accantonate.

C’è una scuola destinata ai piccoli sherpa, che iniziano a percorrere questi sentieri quotidianamente proprio allo scopo di frequentarla. C’è un piccolo stupa attorniato di bandiere bianche, che infonde pace ed energia.

2. MONJO (2840) – NAMCHE BAZAAR (3420)

A pochi passi dalla fine di Monjo si incontra la porta d’ingresso e il posto di controllo del Sagarmatha National Park. I controlli della TIMS fatta a Kathmandu e l’acquisto del biglietto d’ingresso al parco saranno molto veloci.

Se avete poco tempo, è consigliabile munirsi di TIMS e biglietto di ingresso a Kathmandu, presso l’Ufficio del Turismo (nei giorni feriali) o presso lo sportello TIMS di Thamel, aperto anche nei giorni festivi dalle 10 alle 13. Oppure potete farlo on line, anche da casa, grazie al sito online.nepalimmigration.gov.np/trekking-permit ricordando che l’area da selezionare è Everest Region in Solukhumbu district. In ogni caso, non temete, in un modo o nell’altro entrerete!!!

Il punto TIMS dopo Monjo, più di Lukla, è il vero inizio del trekking al campo base dell’Everest e non solo perché da questo momento pernotterete solo sopra i 3400 m.s.l.m., quanto perché questa porta sembra affacciarsi davvero su un mondo nuovo, a partire dalla lunga e ripida scalinata che scende fino alla riva del Dudh Kosi.

DSC_0092Camminare accompagnati dallo scosciare del Dudh Kosi sarà sempre rigenerante, più preoccupante, invece, la vista del doppio ponte sospeso; unico modo di attraversare questo fiume impetuoso.

IMG_2447E’ proprio sotto questo (doppio) ponte che il Dudh Kosi incontra e si unisce con il Bhote Kosi. Il “doppio ponte sospeso” alla confluenza dei fiumi del Nepal è in realtà l’unione di un vecchio ponte di legno, reso inagibile dall’alluvione del 1985 e del nuovo ponte, vertiginosamente alto.

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La confluenza tra Dudh Kosi e Bhote Kosi, sotto il doppio ponte sospeso.

La lunga salita che inizia da qui alimenta la smania di arrivare a Namche, la piccola capitale del trekking e del Khumbo.

NAMCHE-BAZAAR-EVEREST-BASE-CAMPNamche è un una terrazza affacciata sul nulla, una cittadina piena di vita a 3420 m  e protetta dall’Himalaya.

A Namche viene voglia di restare più del tempo necessario per acclimatarsi. Viene voglia di tornare, anche una volta arrivati a casa.

A Namche c’è tutto per l’ultima volta.  Tutte le cose che pensavate fossero indispensabili per la sopravvivenza.

In questo ordine:

  • 1. l’ossigeno. I 3400 metri del Nepal sono diversi da quelli delle Alpi, per questo, a Namche Bazaar, non sentirete gli effetti  dell’altitudine che sentireste a 3000 m in Val’Aosta.
  • 2. Secondariamenre, la banca. Farete bancomat per l’ultima volta alla Siddhartha Bank of Namche. Che se lo sapesse Siddhartha…

3. Poi, l’acqua calda. Dopo il Khumbu Lodge, il lodge che abbiamo scelto per dormire comodamente a 3 $ a camera, non abbiamo più fatto una doccia calda.

4. La birra. A Namche ci sono diversi locali molto cool in cui divertirsi la sera. Preparano anche cocktails e servono la mitica Sherpa Beer. Troverete alcoolici anche sopra i 3400 m, ma vi sconsiglio di perseverare nei bagordi. Meglio essere in forma! Godetevi la capitale del Khumbu e poi pensate al cammino.

5. L’attrezzatura sportiva. Se vi manca qualcosa di fondamentale: torce, calze, scarpe, pantaloni, giacche ecc. pensateci ora. Negli altri villaggi troverete poco e niente, mentre Namche è piena di negozi di abbigliamento e attrezzatura sportiva (sia falsi che originali) dove potrete fare ottimi acquisti.

6. La carne. Fino a Namche sarà facile mangiare pollo e yak (esattamente, la Yak Steak, molto dura ma da provare). Dopo Namche è consigliabile seguire una dieta vegetariana. A quell’altitudine la carne arriva congelata e viene conservata per lunghi periodi.

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Lo stupa nel centro di Namche

A Namche vi convincerete che questa -uno zaino con lo stretto indispensabile, nessun mezzo a motore, il connubio perfetto di sport e spiritualità, di vita activa e nullafacenza, di poco e tutto, di cibo e coccole- sia la quotidianità.  Vi addormenterete convinti di avere tutto, di non dovere niente, sapendo che il giorno dopo resterete qui, ad aspettare che il vostro corpo si abitui all’altitudine.

3. NAMCHE BAZAAR -> Escursione di acclimatamento

NAMCHE BAZAAR

Come si svolge l’acclimatamento durante il trekking al Campo base dell’Everest? Gli Sherpa consigliano di bere moltissimo, non superare i 700 m di dislivello positivo quotidiani, camminare lentamente, mangiare zuppe d’aglio accompagnate da ginger tea, fermarsi a dormire almeno due notti ad una stessa altitudine, quando il dislivello si fa importante.

Cosa vi consiglio io? Seguite alla lettera i consigli degli Sherpa!

Per questi motivi, il terzo giorno, ci siamo fermati a dormire al grande Khumbu Lodge di Namche, facendo un’escursione di acclimatamento fino ai villaggi sherpa di Khunde e Khumjung. 

Dall’alto di Namche Bazaar, ovvero dal gompa che protegge la città dall’alto, parte un sentiero davvero magico, fatto di ginepri, rododendri, allevamenti di yak, piattelle di sterco essiccato ad uso combustibile, e la favolosa vista su Ama Dablam (6812) e Thamserku.

Khunde e Khumjung
Il sentiero che porta a Khunde da Namche

E’ durante questa escursione, nei pressi dell’Hotel Everest View, che vedrete, per la prima volta, l’Everest. Ma a questo punto, che importa? La vista dell’Everest è niente in confronto al contesto che lo circonda.

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Sulla destra l’Ama Dablam che si impone, come sul resto del sentiero, al centro Peak 38, proseguendo sulla sinistra Lhotse e Everest.

Per la prima volta vedrete anche il Lhotse e il Khumbila, un seimila, che domina il villaggio di Khumjung. E Namche dall’alto. Un anfiteatro colorato come le bandierine della preghiera.

Il pomeriggio ha una trama invariata: mangiando, coccolando, rilassando e buona notte.

4. DA NAMCHE(3420) A TENGBOCHE (3870) A PANGBOCHE (3860)

Da Namche a Tengboche

Partire da Namche è, allo stesso tempo, esaltante e triste. L’entusiasmo è a mille, perché la tappa successiva sarà il monastero più bello del Khumbu, Tengboche, ma già nostalgico perché Namche segna lo spartiacque del viaggio.

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Vista sul monastero di Tengboche dal sentiero che da Namche conduce all’Everest Base Camp

 

Il trekking da Namche a Tengboche è semplice e piacevole, all’interno della bella Rhododendron Forest. Ahimè Ottobre, in Nepal, non è tempo di fioritura, ma queste piante, e i parassiti che su di esse si arrampicano, regalano ugualmente ai sentieri un tocco di magia.

Del resto, tutta la vegetazione che incontrerete lungo il cammino vi stupirà. L’aspetto sorprendente di rododendri, pini dalle pigne blu e di ginepri rossi è dovuto in gran parte al fatto che essi sopravvivono sopra i 4000 metri s.l.m..

DSC_0263In questo modo arriverete a Tengboche, il monastero più citato nei libri di alpinismo, la madre di tutti i santuari montani, avvolta in un’atmosfera molto più antica degli anni che porta con sé in realtà.

DSC_0272Il monastero di Tengboche è stato costruito nel 1916, distrutto dal grande terremoto del 1934, ricostruito, distrutto da un incendio nel 1989 e riaperto nel 1993.

Al suo interno è possibile partecipare ad una celebrazione (tenere sempre e rigorosamente la destra)!. La colazione dei monaci, ad esempio. Un rituale solenne, ma allegro e molto colorato.

Visto che le serate durante il trekking non sono molto attive, che l’elettricità è inesistente o scarsa e che si cammina per gran parte del giorno, la notte arriva presto e così il sonno. Il cammino inizia spesso di primo mattino e le tappe, prima dei 4300 m s.l.m., si raggiungo con agilità. Così è stato per noi, a Tengboche.

sentiero everest base camp.jpgPer questo, freschissimi, abbiamo deciso di proseguire e raggiungere Pangboche, tappa che ci permetteva di accorciare la distanza con Dingboche senza sforare con il dislivello quotidiano.

Da Pangboche a Dingboche il sentiero si dipana, al solito, con splendida sacralità, sentieri a due corsie divisi da massi scolpiti con mantra, ponti sospesi e ponti distrutti da calamità naturali, yak e sherpa.

Fino alla microscopica Pangboche, piuttosto segnata dal terremoto recente e in fase di ricostruzione (la ricostruzione avveniva con metodi retro’, ma molto affascinanti).

E’ qui che affrontiamo la prima vera difficoltà del trekking.

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Sembra perfetto, eh?

Appena arrivati scegliamo un Lodge apparentemente carino, confidando nell’onestà della padrona di casa che ci assicura di avere una doccia. E invece no. No hot shower, no shower, no bathroom proprio, no wc, no stufa…LA PEGGIORE BETTOLA DEL NEPAL! 😉

Ma, comunque, armati di coperte e noodles e litri e litri di te, passiamo una bella serata e una nottata piacevole. Siamo molto molto sporchi, ma rilassati e felici.

Siamo gli unici ospiti del lodge ovviamente, per questo abbiamo occasione di chiacchierare lungamente con la nostra host. Scopriamo che è sorprendentemente giovane, benché dimostri almeno 56 anni, che suo marito è una guida sherpa, che crede fermamente nei Mani i quali proteggono la sua casa in cambio di un te al latte.

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5. PANGBOCHE (3860) – DINGBOCHE (4360)

Dingboche. Un baule pieno di gente! 

dingbocheSe mi chiedessero qual’è l’epicentro della bellezza del Nepal nella regione dell’Everest, risponderei: Dingboche.

Non solo per il ginepro rosso che colora i sentieri, non per i monaci che guadano pregando il fiume impetuoso, non per la valle che si squarcia al cospetto della piramide perfetta dell’Island Peak, non tanto per la prima neve di un ottobre a 4360.

20151012_160056Per le persone. Nel film Lisbon Story ad un tratto appare un muro con una scritta attribuita al poeta Pessoa che dice: “Potessi essere tutte le persone in tutti i posti!“.

Sul muro del mio Lodge a Dingboche scriverei: “Potessi essere tutti voi, me compresa!“.

DSC00366Per molti a Dingboche avviene il primo incontro con il proprio corpo senza ossigeno, per altri, invece, Dingboche è il luogo in cui tornare e ritornare e ritornare ancora, nel tentativo di acclimatarsi prima della scalata all’Island Peak (6189 m, una delle vette più basse della regione), per i più in gamba è il luogo in cui comunque si rallenta – perché da qui in poi si fa sul serio; per i principianti è il posto in cui la curiosità vince la ritrosia, per gli esperti è il momento dell’empatia, per le guide è quello dell’osservazione: è l’uomo che si trasforma in sherpa.

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Non si trattengono più le domande, ne’ i consigli, le idee e gli itinerari. Questo è il momento in cui si appendono calze bagnate senza sapone alla stufa comune, nell’ora dei pasti.

A Dingboche, è necessario fermarsi una notte.

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6. ESCURSIONE ALL’ISLAND PEAK BASE CAMP (4970)

Il giorno seguente si può fare un’escursione non facilissima nella valle dell’Imja Khola, fino al campo base dell’Island Peak. Vedere un Campo Base, sia esso quello dell’Everest oppure no, è sempre un’esperienza indimenticabile, accresce quel baule pieno di gente che, per un giorno, sarete.

campo base dell'Island PeakUn’esperienza indimenticabile perché, durante questa escursione, toccherete ben presto i 5000 m.s.l.m.. Al campo base dell’Island Peak, dopo aver attraversato una valle ventosissima, arriverete provati come veri alpinisti.

Quando dico “provati” voglio significare  che anche io ho avuto l’onore di sperimentare “il mal di montagna” o un accenno di quello che esso è. Questa escursione mi ha portato a conoscere, non senza ironia, la parte più sciocca di me stessa: quella parte che ci spinge a tentare di ingannarci da soli, come quando si bara ad un solitario. Durante il trekking, infatti, mi sono sorpresa a cercare di  “fregare” il mio stesso corpo, aumentando la velocità, noncurante dell’altitudine. Ahimè, sono stata costretta a presentarmi un amaro conto, da sola.

Dopo una serena nottata nel nostro bel lodge, decidiamo di addentrarci in questa valle meravigliosa facendo una passeggiata (magari!) fino a Chhukung (4730).

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Ma a Chhukung alcuni ragazzi ci consigliano di andare a vedere il lago Imja Tsho. Io sono galvanizzata, Ivan scettico. I nostri programmi erano altri. Ma vinco io. E così, passando di panorama in panorama, perdiamo il senso degli spazi e dell’altitudine.

Camminiamo spediti perché l’allenamento ci sostiene e perché, essendo nata come una escursione tranquilla, non ci aspettiamo il mal di montagna.

La Valle del Ghiacciaio del LhotseLa valle che conduce all’Island Peak Base Camp, fiancheggia il ghiacciaio del Lothse ed è ventosa e fredda.

Ben presto raggiungiamo i 5005 metri. Ivan mi mostra l’altitudine, mi invita ad osservare il tempo che sta cambiando, mi implora di retrocedere, ma io non voglio rassegnarmi. Abbiamo camminato molto e finalmente, dietro una radura riparata dal vento ci appare l’Island Peak Base Camp e l’Imja Tsho. Siamo stanchi e le nuvole sono basse e decidiamo di tornare.

DEL DOLORE CORPOREO – IL MAL DI MONTAGNA

CHUCUK
Solo una volta imboccata la via del ritorno, sul sentiero che costeggia il fiume Imja Khola e che è sferzato da un vento a dir poco gelido, io inizio a sentire un dolore all’occhio destro. Più avanzo più questa fitta si trasforma nel peggior mal di testa che io abbia mai avuto. E’ dunque questo il mal di montagna? Mentre mi faccio questa domanda il dolore aumenta e con esso l’ansia. Un ansia inizialmente limitata al timore di dovermi fermare qualche giorno, poi generalizzata ed indefinita. Con l’ansia si espande anche la nausea e con essa una leggera perdita di equilibrio. Scendiamo in fretta. In fretta si può solo scendere, in Nepal. Sto quasi correndo, inciampando qua e là (per fortuna Ivan era preoccupato e non aveva il coraggio di ridere). Raggiungiamo il Lodge di Chhukung, ma io non riesco a bere ne’ a mangiare. Scendiamo ancora, la nebbia è fitta. La distanza che separa Chhukung da Dingboche sembra infinita. Anche Ivan ha mal di testa, ma non osa dirmelo ed io comunque non riesco a parlare. Arrivare al Lodge di Dingboche mi è sembrato un miracolo, una fatica immane togliersi gli scarponi e scaldarsi nonostante un efficiente  sacco a pelo e l’aiuto costante di Ivan. Provo a dormire. Sono terrorizzata.

Il ghiacciaio del LothsePiano piano, però, passa il mal di testa, passa la nausea. Ivan non sta benissimo, ma riusciamo a mangiare e allora è tutto più blu!

Inizia a nevicare e noi stiamo giocando a carte in un Lodge sulla strada che porta all’Everest Base Camp. Il mal di montagna? Se lo era, l’ho dimenticato.

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Ora, però, so cosa fare la prossima volta, cosa dire a chi mi chiederà come evitare il mal di montagna. Cammina lentamente sempre e bevi continuamente, anche se ti senti forte come un leone e in forma come un atleta.

Esattamente come mi hanno detto tutti gli sherpa che ho incontrato sulla via.

7. DINGBOCHE (4360) – DUGHLA – LOBUCHE (4930)

DSC_0321Il mattino ha l’oro in bocca, ma soprattutto ha l’ossigeno nel sangue…finalmente! Noi ci siamo svegliati da dio! La neve ha coperto il Lodge. La prima nevicata, dal giorno della partenza. Ma quello che ci aspetta sulla via è decisamente migliore.

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Il sentiero che va da Dingboche a Lobuche è diviso in due sezioni. La prima è la strada che va da Dingboche a Dughla, un villaggio formato da tre lodge e situato  4620m, in una piccola depressione. La seconda inizia con una ripida e lunga salita sulla morena terminale del ghiacciaio del Khumbu e continua su un crinale costellato da stele in memoria dei grandi alpinisti caduti, un crinale che, da solo, vale il viaggio.

La salita che che da Dingboche porta a Tukla raggiunge ben presto il Nangkartshang Peak, un luogo che ricorderemo per sempre, poichè ci ha regalato una vista del Makalu attraverso le bandiere della preghiera.

Arrivati a Dhugla (o Tukla) ci fermiamo a mangiare, anche se è ancora mattina, una garlic soup e un ginger tea con Gerome, un ragazzo francese incontrato a Dingboche.

L’ascensione da Tukla al crinale che anticipa Lobuche richiede diverse soste. Una volta arrivati in vetta, tuttavia, meraviglia e commozione colpiscono più dell’altitudine.

La porta d’ingresso a Lobuche è una città di chorten e stupa legati tra loro da un fitto intreccio di bandierine.Da una parte, le vette e, oltre la porta, un ampio spazio dedicato alla memoria di sherpa e alpinisti caduti nelle montagne della regione dell’Everest.

Chorten-memorial

Non importa che sia il famoso chorten di Scott Fisher, quello accanto al quale di fermerete a riflettere in silenzio, o quello del primo iraniano a scalare l’Everest o il maestoso memoriale dedicato a Babu Chhiri Sherpa, che scalò l’Everest 10 volte e morì l’undicesima.  

DSC_0355Non importa a quale pietra o chorten affiderete i vostri pensieri. La montagna vi costringerà a farne di utili o di buoni.

L’arrivo a Lobuche, in salita e su una morena, è accompagnato dalla vista del Pumori (7165), una superba piramide alta oltre 7.100 metri che troneggia di fronte all’Everest, una vetta che occuperà i nostri cuori ben più a lungo dell’Everest.

DSC_0356A Lobuche, chiaramente,  non c’è acqua calda. Senza farci troppi problemi ci siamo accoccolati sulle panche coperte di scialli della sala della stufa e senza dirci granché, uno disegnando, l’altro scrivendo, ci siamo concentrati sulla stessa cosa.

Sul senso di quello che stavamo facendo lì, in cammino verso l’Everest Base Camp, senza sapere ne’ potere scalare l’Everest; senza acqua corrente e riscaldamento, senza wifi ne’ auto, senza party, senza alcool, senza sesso. Noi, che in questo anno di sveglie cattive avevamo sognato… ma, cosa avevamo sognato, di preciso?

E se avevamo sognato, forse, erano sogni ignoranti, che non credevano il proprio corpo bisognoso di ossigeno capace di abituarsi alla sua perdita, che non sapevano che i problemi sono altri a 5000 m.s.l.m., che non pensavano sul nostro pianeta forme di vita aliena, che non immaginavano panorami tanto sublimi, che non si erano mai presi cura davvero, che non erano mai stati nella Regione del Khumbu.

Perché non è nell’Everest Base Camp il senso di questo viaggio; ma se l’Everest Base Camp ne è il pretesto, merita la fama che detiene.

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LOBUCHE (4930) – PIRAMIDE ITALIANA

La Piramide Italiana è un centro di ricerca aperta al pubblico dalle 8 alle 18, che si occupa di diversi progetti, tra i quali il controllo dell’altezza precisa dell’Everest e del K2.

Non posso dirvi di più ahimè, perché noi non ci siamo andati. Il mio senno di poi vi consiglia di visitarla il giorno di arrivo a Lobuche. E’ facilmente raggiungibile e rappresenta un’ottima escursione di acclimatamento.

Non pensate di visitarla di ritorno dal Kala Pattar. Una volta scesi da 5643 m.s.l.m. … non penserete di risalire?

8. LOBUCHE (4930) – GORAK SHEP (5164 m) – CAMPO BASE DELL’EVEREST (5340 m)

A Lobuche vi sveglierete senza pensare al paesaggio che vi circonda. Ciò che conta, una volta arrivati qui, è l’energia che avete in corpo. Dovrete essere smaglianti, gasati, ottimisti!

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Lo scintillio della luce blu sul terreno bianco, l’umiltà di giganti di 6000 m che fanno capolino alle vostre spalle, i chorten degli alpinisti che vi danno coraggio e entusiasmo. Ecco perché dovrete essere estremamente esaltati.

Si parte! Per dove? Ciò che vi consiglio è di partire da Lobuche molto presto al mattino, raggiungere il Buddha Lodge di Gorak Shep, appoggiare gli zaini e proseguire con lo stomaco pieno in direzione Campo Base dell’Everest.

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Il Pumori arrossisce avvicinandosi agli 8000 m. Non ne ha motivo.

Questa è la scelta che noi abbiamo valutato migliore per due ragioni:

  1. Fermarsi più di una notte a Gorak Shep (sopra i 5000 m) non è consigliato; sarebbe una sfida al mal di montagna.
  2. Partire da Lobuche per raggiungere il Kala Pattar, a Ottobre in particolare, non è consigliato; in tarda mattinata il panorama più bello del mondo viene coperto dalle nuvole.

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Se esistono parole per descrivere quello che vedrete, se obiettivi abbastanza potenti per intrappolare questa luce possono essere acquistati… be, io non possiedo ne’ le prime ne’ i secondi. Per questo ho aspettato tanto per raccontarvi questo viaggio. Per questo vi prego di non farvi bastare queste parole, ne’ altre, ne’ foto, video o film. Partite!

La bellissima Gorak ShepGorak Shep (sulla destra, foto scattata dalle pareti del Kala Pattar) è una manciata di case affacciata sul ghiacciaio del Khumbu e collocata ai margini del letto di un lago che ormai non esiste più. E’ questa macchia sabbiosa che un tempo ospitava acqua e ghiaccio che dovrete attraversare per raggiungere il Campo Base dell’Everest.

Basta alzare lo sguardo per vedere, ad un passo dai Lodge, il Kala Pattar (5545 m), che vi sembra così vicino, così facilmente raggiungibile, così piccolo, persino.

Gorak Shep lago
Il letto dell’ex lago su cui si affaccia Gorak Shep (5160m) è il punto di partenza dell’escursioni per il Kala Pattar e per l’Everest Base Camp.

Da Gorak Shep l’Everest non si vede.

gorak shepCiononostante, vi verrà voglia di restare un po’ di più in questo luogo, vi verrà voglia di conquistarla un pochino; sentirete che quelli accanto a voi, attorno alla stufa, sono i vostri migliori amici di sempre, quelli che vi conoscono perfettamente, quelli che con loro potete parlare di tutto e andare in capo al mondo.

DSC_0464Del resto, percepite lo stesso dolore alle tempie, avete lo stesso odore e lo stesso timore, avete persino lo stesso respiro… e lo stesso fiatone. A Gorak Shep, cenerete con Killian Jornet, racconterete una storia da campioni ad un campione del mondo, senza rendervene conto.

L’uguaglianza, quassù, è l’unica via e la modestia un dovere morale. E’ il comunismo instaurato dall’altitudine.

non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza.

K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, I

Ma non vi sarà concesso abitare Gorak Shep, non ora, non con soli 15 giorni di tempo andata e ritorno. Dovrete aprire le braccia ed inspirare, cercare di farne entrare il più possibile. Vedrete, resterà.

Partendo da Lobuche molto presto, si riesce raggiungere Gorak Shep e pranzare entro le 11, l’orario ideale di partenza per il Campo Base dell’Everest.

presentazione-ghiacciaio-khumbuVi consiglio caldamente di ignorare tutti quelli che durante il cammino sminuiranno il Campo Base.

Che è vero che a Ottobre non ci sono tende a cupola colorate, ne’ alpinisti in partenza, ne’ il tanto decantato carretto con la torta di mele più buona di tutto l’Everest; è vero persino che dal Campo Base dell’Everest non si vede l’Everest… ma, che importa?

Vi stupirete dell’emozione che sentirete salire fino agli occhi, per commuoverli, quando arriverete alla pila di sassi coperta di bandierine e da un semplice cartello scritto in inglese:

everest base campSassi, ghiaccio e bandierine. Questo è ciò che vedrete.

Ma poi, poi verrà il momento delle storie. Si, perché dopo la soddisfazione e le mille foto vi disperderete, in giro per il ghiacciaio del Khumbu.

DSC_0445Chiudendo gli occhi, i gemiti provenienti dalla seraccata diverranno più potenti, più affascinanti e inquietanti, sia che la vostra immaginazione abbia creato una storia di impresa e conquista sia che vi ritroviate in un racconto di paura e fatica.

Mischiato alle acque eterne c’è il sudore di mille e mille eroi tra questi ghiacci. 

Sarà qui che qualcuno inizierà a raccontare in prima persona il terremoto del 25 aprile 2015 e i giorni seguenti, giorni in cui alcuni corpi partivano per tornare in occidente e allora si poteva iniziare la ricerca degli sherpa.

Solo dopo aver fatto mille foto colorate vi renderete conto che qualcosa non quadra, che il paesaggio fatto di altezze e di ghiacci si interrompe in alcuni punti, lasciando spazio a lingue di terra marrone. Sono detriti, crolli, residui. E’ terremoto.

ghiacciaio-khumbu-everest-base-campFortunatamente nessuno viene qui per vedere questo e questo non è ciò che il Nepal vuole farvi vedere.

Sfortunatamente le nuvole inizieranno a scendere e questo sarà il segnale che dovete iniziare a tornare alla vostra base. La prima notte della vostra vita a 5164 m sul livello del mare.

Se avrete seguito tutti i consigli degli Sherpa, la sera avrete un grande appetito e potrete gustare la torta di mele fatta appositamente per voi dal Buddha Lodge. Se avrete seguito tutti i consigli degli Sherpa la notte a Gorak Shep passerà velocemente, la sveglia puntata alle 4.

9. GORAK SHEP (5164)  – KALA PATTAR (5643) – PERICHE (4371)

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Sul fondo, il ghiacciaio del Khumbu e Gorak Shep il punto di partenza

L’ascesa al Kala Pattar (pietra nera) inizierà nella notte. Uscirete dal Lodge con le torce frontali e gli occhi ancora chiusi e vi unirete alla fiaccolata di frontaline che segneranno il sentiero del Kala Pattar.

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L’ascesa al Kala Pattar

L’ascesa al Kala Pattar inizierà nella notte e sin da primo passo la vetta vi sembrerà vicina. Il Kala Pattar è proprio li, di fronte a voi, una collinetta, un dosso o una duna, in confronto ai giganti che lo circondano.

l'ascesa al kala pattar sarà lentissima.jpgL’ascesa al Kala Pattar inizierà nella notte e sarà lentissima. Un passo davanti all’altro, vi sembrerà di essere convalescenti.

14081374_10209891891484798_817573405_nL’ascesa al Kala Pattar inizierà nella notte e sarà abbastanza dura. Vi sembrerà che le distanze si moltiplichino a pochi metri dalla croce, come in quei brutti sogni che non facevate da un po’.

14081374_10209891891484798_817573405_n
Il Kala Pattar è lì, un pugno di passi, ma sembra non arrivare mai.

L’ascesa al Kala Pattar inizerà nella notte e l’alba sembra bloccata dall’Everest e dai sui vicini 8000, che appaiono come ombre di mostri che il sole non ha il coraggio di scavalcare

e l‘Everest…«Perché mai sta nell’ombra? Se le nuvole non si aprono ora, la visio dei resterà a me sconosciuta per sempre. Magari per sempre no, ma per un po’ sicuramente, perché un viaggio così non si fa mica tutti gli anni…Apriti apriti apriti…non devo dimenticare di continuare a bere, anche se l’acqua è diventata ghiaccio nella borraccia e qui fa un freddo…ma devo bere lo stesso, i microscopici iceberg che galleggiano nell’acqua depurata*..devo bere perché non si aspetta l’Everest a 5600 m senza essere idratati.»

*Come depurare l’acqua dei torrenti? Durante il trekking fino all’Everest Base Camp non farete fatica a trovare e comprare bottigliette d’acqua. I lodge sono presenti, frequenti e forniti.  Il problema dei rifiuti tuttavia esiste e, anche se i sentieri sono molto puliti, i trekkers farebbero bene a ricordare che i camion dei rifiuti non passano su sentieri non carrozzabili e che ridurre il più possibile il consumo di plastica è doveroso. Per questo motivo esistono comodissime pastiglie per la depurazione dell’acqua. Gli sherpa, i proprietari dei lodge e gli abitanti saranno felici di riempire le vostre borracce e i torrenti non mancano. Basterà inserire due pastiglie ogni litro di acqua non potabile e aspettare 30 minuti per ottenere acqua completamente potabile. Noi abbiamo utilizzato Micropur Forte, ma in commercio esistono tanti altri prodotti equivalenti.

laghi everest base camp.jpgNon so se questi fossero davvero i miei pensieri, quel giorno. Questo è ciò che ricordo di aver potuto pensare, se avessi avuto spazio per farlo, ovviamente.

Alla fine però, probabilmente pensando semplicemente a farcela, ce l’abbiamo fatta.

Ci siamo arrampicati persino sulla croce. In estasi, in quel momento non ci importava che…che l’Everest fosse ancora coperto di nebbia.

Eravamo disposti ad aspettarlo, li, sul Kala Pattar, osservando ciò che pian piano usciva dalla nebbia intorno a noi.

Ma l’altitudine chiama ancora, bussa dolcemente alle tempie e poi inizia ad essere un tantino insistente. Non ci si può soffermare per un pic nic a 5643 m.

Per questo motivo, senza protestare, abbiamo iniziato a scendere, a ripercorrere il sentiero a ritroso, verso Gorak Shep, senza aver visto l’Everest. Oggi non so dire come mi sentivo in quel momento. Se ero delusa, rassegnata o se, semplicemente, stavo pensando di mandare al diavolo una serie di voli per fermarmi un’altra volta e riprovare.

Ciò che ricordo perfettamente è il momento in cui mi sono girata a guardare la croce del Kala Pattar, ancora molto vicina e …

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Oooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooohhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!

…..la magnificenza del Pumori è apparsa ai miei occhi.

Colossale. Sublime. L’improvvisa visione del Pumori, che fuoriusciva teatralmente dalla nebbia, catalizzava l’attenzione, invadeva la mente, distraendoci, mentre il sole imponeva gradualmente la sua presenza sulle nubi, mentre l’Everest scopriva la sua parete.

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Ma poi.

 

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige per misurar lo cerchio, e non ritrova, pensando, quel principio ond’ elli indige, / tal era io a quella vista nova: veder voleva come si convenne l’imago al cerchio e come vi s’indova; /  ma non eran da ciò le proprie penne: se non che la mia mente fu percossa da un fulgore in che sua voglia venne. / A l’alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e ’l velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, […]

l’EVEREST

8848 m

everestSono ben consapevole di aver scomodato Dante. Perdonatemi se volete.

L’Everest ha mosso ogni mio passo, ha permeato ogni mio pensiero, per mesi. Fino a quel momento -che le immagini che vi sto proponendo non possono documentare- le nuvole avevano avvolto realtà ed aspettative in un unico fascio, proteggendomi così da una possibile delusione dalla portata paragonabile esclusivamente alla  fine della propria festa di laurea.

Guardando l’Everest e i suoi vicini ricordo di essermi detta: «Allora è possibile, che questo sia il punto più alto del mondo!». Guardando il panorama dal Kala Pattar, ho sentito la paura del fallimento scemare ed ho capito che quello che avevo desiderato era vero.

DSC_0590Come tutte le magie, tutto questo è durato qualche istante. Le nuvole si stavano già richiudendo e l’altitudine ricominciava a battere alle tempie.

Scendere! Era l’imperativo del momento.

Ciò che avevamo davanti, vale a dire lo smisurato ghiacciaio del Khumbu, comunque, non ci faceva voltare indietro.

DSC_0590Osservando queste foto, oggi, penso sia un bene che ne’ il grandangolo che il mio amico mi aveva prestato, ne’ le mie capacità tecniche abbiano reso fotograficamente (e narrativamente) quello spettacolo.

Come solo raramente accade, ciò che ho visto lassù ha ripreso la forma del sogno. Come dice George Bernard Shaw, 

Ci sono due tragedie nella vita. Una è perdere ciò che è il più caro desiderio del nostro cuore; l’altra è ottenerlo.

Ritornata a Gorak Shep, dopo una zuppa e un torta di mele, ho salutato e ringraziato questo piccolo mondo elevato pensando che, ora e qui, QUESTA E’ LA VITA CHE VORREI.

DSC_0590Inutile dire che la strada dal Kala Pattar a Periche, la tappa successiva, è tutta in discesa. Fatta di scenari che competono e completano in modo degno una giornata sensazionale.

Il cammino è leggero senza il peso dell’altitudine e la forma fisica è smagliante sotto i 5000.

Sentiero da Gorak Shep a PerichePassare da Gorak Shep a Periche è una soluzione vincente, che consiglio spassionatamente. Passare dai 5643 m del Kala Pattar ai 4371 sarà come volare.

Per tutti questi motivi Periche sembrerà un momento di relax assoluto, il lodge di Periche (assolutamente identico aMonumento alle vittime dell'Everest.jpg tutti gli altri lungo il cammino) un resort, la doccia (assolutamente non calda e comune) un idromassaggio e la stanza una suite.

A Periche cenate abbondantemente, la forma fisica conquistata durante il cammino e l’assenza degli effetti negativi dell’altitudine vi serviranno per aumentare la velocità dei vostri passi. Le distanza in discesa si allungheranno.

Da Periche a Tengboche, da Tengboche a Namche e da Namche a Lukla. Tre tappe per coprire un sentiero che all’andata avete percorso in nove.

10. PERICHE (4371) – TENGBOCHE (3867)

Ci svegliamo tardi a Periche, abbiamo tempo da perdere.

Dopo un pancake partiamo, pensando di arrivare a Namche. La strada è spettacolare. La Foresta di Rododendri è fatata, come gli stupa che fiancheggiano il sentiero. L’Ama Dablam e il Tamserku, gelosi della nostra scappatella con l’Everest, ritornano ad essere i nostri fedeli compagni di viaggio. Bellissima, come al solito, l’entrata di Pangboche.

Proseguiamo su un sentiero ormai a noi noto. Sorpassiamo nuovamente il ponte caduto ed iniziamo la salita che porta a Tengboche. Riconosciamo tutto come familiare, ma lo vediamo sotto una luce diversa, con uno sguardo più attento. La smania di vedere qualcosa di meglio ha ceduto il posto ad una curiosità nuova, come accade quando si ritorna a Borgotaro dopo il primo anno di università.

Per questo abbiamo finalemente voglia di assaggiare le delizie della famosissima Bakery di Tengboche.

Tengboche ci stupisce con la sua bellezza, la spiritualità e la serenità. Abbiamo tempo, ci lasciamo rapire. Restiamo una notte, Namche può attendere.

11. TENGBOCHE (3867) – NAMCHE BAZAAR (3440)

Niente da aggiungere, se non che a Namche abbiamo festeggiato l’Everest con una birra in differita. A Namche al ritorno, scegliete il lodge migliore, dormite comodi, domani vi aspetta un lungo e fatico cammino.

12. NAMCHE BAZAAR (3440) – LUKLA (2860)

Se deciderete, come noi, di percorrere la distanza che separa Namche da Lukla in un solo giorno (se avete tempo, lo sconsiglio), partite di buon ora.

Paradossalmente questa tappa finale e apparentemente in discesa è stata la più faticosa del cammino. Gli zaini si fanno più pesanti a causa dei ricordi acquistati sulla via, la strada è infinita e i saliscendi ingannano la discesa.

Dopo un’infinita salita, quando arriverete alle porte di Lukla, vi sentirete liberati dalla fatica, ma saprete di aver lasciato una parte di voi dietro le vostre spalle.

Scoprirete che Lukla non è un granché, a differenza di ciò che avevate pensato all’arrivo, scoprirete che la pericolosità dell’aeroporto di Lukla non è cambiata, decollerete e penserete che non è finito qui, il vostro rapporto con l’Everest e la sua valle.

1DZ

In Nepal c’è  stato un mostruoso terremoto. Ed è questa la seconda ragione che deve spingervi a fare questo viaggio.

Sabato 25 Aprile 2015 un terremoto di magnitudo 8,1 sulla scala Richter al quale sono seguite altre scosse molto violente (la più forte il 12 Maggio 2015), ha ucciso 12000 persone e (tra loro 21 alpinisti sull’Everest, e 4 camminatori italiani nella valle del Langtang), ne ha ferite 22mila e ha danneggiato o distrutto 760mila case e settemila scuole. È stato il sisma più violento della storia recente del paese dopo quello del 1934, che causò la morte di più di 17milla persone. L’epicentro è stato localizzato a 80 chilometri da Kathmandu.

La terra ha treamto con tale violenza che il Monte Everest si è spostato di circa tre centimetri. Le scosse hanno causato valanghe sull’Everest, dove sono morte 18 persone, tra guide e alpinisti. Circa 250 persone risultano disperse dopo che una valanga ha colpito il villaggio di Rasuwa, a nord di Kathmandu, meta famosa per il trekking.

È il terremoto più violento in Nepal dal 1934. Le scosse sono state avvertite dal Bangladesh al Pakistan, passando per il Tibet e l’India, dove sono morte circa sessanta persone. Il sabato è il giorno di festa in Nepal e nella tragedia è stata una fortuna che il terremoto arrivasse quando scuole e uffici erano chiusi. Il post terremoto è stato anch’esso devastante e non solo per le scosse di assestamento che hanno infierito anche a maggio. I danni sono causati in gran parte dai trafficcanti di donne e bambini.

Il sisma ha distrutto parte del patrimonio artistico e architettonico di Kathmandu e della vicina Bhaktapur. La città vecchia di Kathmandu è una delle zone più colpite, con piazza Durbar, patrimonio dell’umanità, in parte distrutta. La torre Dharhara, per esempio, il monumento nazionale. È un po’ come se a Parigi crollasse la torre Eiffel. Costruita nel 1832 e ricostruita dopo il terremoto del 1934, la torre Dharhara era alta 50 metri e crollando ha ucciso 180 persone. Era una delle principali attrazioni turistiche e uno dei simboli della ricchezza architettonica nepalese. Era il posto in cui ci si incontrava la sera e dove si trovavano i migliori momo della città (la specialità del Nepal, frittelle di carne o di legumi cotte al vapore).

Il proprietario di un Hotel del centro di Kathmandu ci ha chiarito la situazione. I problemi che il terremoto ha causato ai nepalesi vanno ben oltre i guai geologici. Ed esistono concause molto più sottili delle scosse.

  1. Le difficoltà politico governative, non ultima la recente approvazione della nuova costituzione hanno confermato ciò che già è noto: che non sono i terremoti a uccidere, ma la mancanza di preparazione.
  2. il Nepal è stato ferito economicamente da un meccanismo innescato dalla errata informazione da parte dei media. Ed è proprio questo che noi, appena arrivati, abbiamo testato sulla nostra pelle.

1. La valle di Kathmandu si trova sul sito di un lago preistorico ed è fatta di sedimenti morbidi che le onde sismiche attraversano velocemente, provocando così più scosse e più danni. Tuttavia, la valle si è popolata senza che nessuno tenesse conto di questi riscontri scientifici. Kathmandu è cresciuta e si è estesa senza rispettare le norme per costruire edifici antisismici. A 80 anni dal grande sisma che nel 1934 rase al suolo Kathmandu, si sapeva che la terra sarebbe tornata a tremare seguendo un suo ciclo. Infatti ogni anno, a metà gennaio, i nepalesi celebrano la Giornata nazionale per la sicurezza contro i terremoti in ricordo della scossa. Guardando indietro, il Nepal è stato colpito da terremoti come quello del 1934 circa ogni ottant’anni. Nessuna sorpresa. E allora perchè tanti morti?

Paradossalmente, l’estrema povertà del Paese – il Nepal è al 145° posto nella classifica che misura l’indice di sviluppo umano – ha in qualche modo agevolato i soccorsi. Perché molte Ong erano già lì con i loro progetti di sviluppo. E infatti, da tutti i racconti, si deduce che nella popolazione, nelle ore dopo il terremoto, i segni di panico erano davvero ridotti. Il giorno dopo, ci raccontava, la gente raccoglieva bottiglie d’acqua e sacchi a pelo, preparandosi a passare un’altra notte all’aperto.

Inoltre, a parte i crolli nei siti storici che sorgevano in questa antica città nepalese da più di quattro secoli e altri danneggiamenti nelle costruzioni moderne, a Kathmandu, non si vedono tanti segni del terremoto ed è chiaro che il grosso ha resistito alle scosse ed è ancora in piedi.  Appena arrivati, ci è apparso chiaro che, nonostante il numero delle vittime e i danni terribili (anche ai siti patrimonio dell’umanità), il terremoto non era stato devastante quanto avevamo temuto. La città ha l’aria di essere fatiscente da ben prima del 25 Aprile. I segni del sisma ci sono, ma non sono eclatanti.

Ma ciò che noi avevamo percepito dai vari medi, era ben diverso.

Mentre eravamo li, ad ascoltare i racconti di chi tutto ha vissuto, abbiamo provato un certo fastidio verso i commentatori dei giornali e delle televisioni, che si concentravano sui danni al patrimonio artistico del Nepal, trascurando le condizioni degli abitanti e il loro destino in mancanza di turismo.. “Siete pazzi a partire quest’anno” ci dicevano tutti.

Ecco perché abbiamo deciso di farlo:

La prima voce dell’economia nepalese sono le rimesse degli emigrati, la seconda il turismo che, fra albergoni e guest house familiari, occupa mezzo milione di persone. In Nepal arrivano ogni anno quasi un milione di turisti, tra alpinisti e amanti del trekking. Un’economia che nasce a Kathmandu e dà da vivere a tantissimi nepalesi.

Subito dopo il terremoto, sono stati riaperti molti sentieri come quello dell’Everest Base Camp, che era praticamente inviolato, ma 80mila prenotazioni sono state cancellate. 

Il proprietario dell’hotel di Kathmandu ci ha detto di essere molto preoccupato: «Non tanto per me, qui i clienti non mancano, ma per il Paese: se il turismo non si riprende, milioni di persone, dalle cameriere che fanno i letti ai contadini che producono uova e bacon per le colazioni, soccombono».

La costituzione e il blocco delle frontiere da parte dell’India

Oltre ai guai geologici, il Nepal ha affrontato la stesura e l’approvazione della nuova costituzione e la reazione dell’India a questo cambiamento repentino non è stata pacifica.

L’India ha bloccato la fornitura di carburante e i disagi che porta la mancanza di carburante sono peggiori di quelli del terremoto. Però, se voi prenderete un taxi, per muovervi a Kathmandu, riuscirete a dare una mano.

Per questo…Partite!

Ringrazio dio, che esista l’Everest. Ringrazio il Nepal, che continua a sopportarlo, nonostante tutti i disagi delle zolle in questo punto. Ringrazio Ivan, per avermi accompagnato. Ringrazio Roman per il grandangolo che non ho saputo usare a dovere. Ringrazio Giuseppe Cappella, per avermi suggerito questo titolo, che non poteva essere più azzeccato. Mi scuso con Dante, per aver osato mettere le sue parole di fianco alle mie.

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16 pensieri su “EVEREST BASE CAMP

    1. Ciao Massimo,
      noi ci siamo organizzati senza intermediari. Abbiamo comprato i biglietti per Kathmandu su skyscanner, i voli kathmandu-lukla su yeti airlines e non abbiamo usufruito di guide ne’ di sherpa. Vorresti fare un viaggio organizzato?

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  1. Salve. Complimenti e grazie per aver condiviso il bellissimo viaggio e i vostri pensieri!
    Vorremmo seguire le vostre orme in ottobre e ci è molto piaciuta l’idea di farlo senza intermediari. Vorremmo però trovare compagni per questo cammino: avete consigli per questo?
    Annamaria e Fabrizio

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  2. Ciao
    complimenti un racconto che mi ha emozionato!!

    la nostra prima tappa per il mio giro del mondo sarà propio il Nepal e questo trekking, vogliamo muoverci in autonomia come avete fatto voi, mi sai dire se avete utilizzato una cartina specifica?
    avete qualche prezioso consiglio da seguire per chi vuole muoversin in autonomia e con i propri ritmi?

    grazie elisa

    Piace a 1 persona

    1. Ciao Elisa, grazie per il tuo commento. Fare questo trekking in autonomia è molto semplice perché il sentiero è uno soltanto e subisce un’unica biforcazione all’altezza della partenza per l’itinerario che si inoltra nella valle dei Laghi di Gokyo (sulla sinistra). La deviazione è ampiamente segnalata e sbagliarsi è davvero difficile. Noi avevamo un’unica cartina acquistata online ma è servita solo per capire i nomi dei monti di fronte a noi.

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  3. Ciao, stiamo organizzando lo stesso viaggio che avete fatto voi, volevo sapere se il percorso comprende gran parte della distanza sui gradoni di pietra come nel trekking dell’anapurna che abbiamo fatto lo scorso anno o se è prevalentemente di sentieri. Volevo chiedervi anche che tipo di allenamento avete fatto per prepararvi. Grazie mille e complimenti per il meraviglioso racconto

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    1. Ciao Michele, il trekking si svolge su un sentiero regolare, i gradini sono rari. Essendo abituati a fare trekking lunghi sugli appennini, abbiamo cercato di spostarci il più possibile a quote più elevate sulle alpi nei mesi prima della partenza. Essendo un trekking comunque lento a causa dell’altitudine, meglio allenare la respirazione piuttosto che le gambe.

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  4. Ancora una domanda (all’avvicinarsi della partenza me ne verranno sicuramente altre, porta pazienza)…. In che mese siete andati? Che temperatura minima si trova? Grazie

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    1. Davide noi siamo andati nel mese di Ottobre. La temperatura varia molto in base all’altitudine e al momento della giornata. Da Lukla a Namche te la cavi con un pile leggero di giorno o una felpa. Poi cambia tutto. Insomma abbigliamento tecnico tecnico tecnico e a cipolla. E tieni presente che fino a Namche troverai tutto: abbigliamento e altro. Poi dovrai essere attrezzato.

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      1. …quindi per chi come, me soffre di vertigini non è fattibile…
        Peccato…
        Grazie per le info e complimenti per il tutto…

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  5. …quindi per chi, come me, soffre di vertigini forse non é fattibile…
    Peccato.
    Grazie per le info e complimenti per il tutto…

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    1. Siccome non soffro di vertigini non posso darti una valutazione precisa. Posso dirti con certezza che, a parte l’altitudine e i panorami, in questo trekking non c’é nulla di estremo, però non so come chi soffre di vertigini possa reagire su un ponte sospeso.

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