MYANMAR

Birmania. Viaggio in un’Asia di metà ‘900

di Nicola Battaglioni

 Economico, pacifico, essenziale. Il mio viaggio in Myanmar è stato magico e edificante dal punto di vista umano.

E’ una nazione ancora molto arretrata e autentica rispetto ad altre nazioni limitrofe, pertanto consiglio di visitarlo al più presto, prima che cambi in modo repentino come hanno fatto tanti altri paesi.

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Yangon/ Rangoon

Sbarcati a Yangon, la città più popolata, nonché capitale commerciale del paese, ci si rende immediatamente conto che il tenore di vita è molto più povero rispetto ad altri paesi asiatici.

I grattacieli, le luci e la frenesia di Bangkok o Kuala Lumpur qui non esistono.

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Le strade in città sono in pessime condizioni; i marciapiedi sono spesso sconnessi con pericolosi buchi nelle lastre di cemento.

Di notte la città è illuminata in modo precario, la luce viene a mancare di frequente: è bene avere sempre una torcia per evitare di fare un tuffo tra i liquami e di schivare i topi che si aggirano negli angoli bui delle strade.

A causa dell’isolamento politico degli ultimi decenni, il Myanmar non è stato colonizzato dalle mode occidentali.

Per le strade, a parte qualche sparuto gruppo di giovani ragazzi che tenta di imitare malamente qualche personaggio hollywoodiano, quasi tutte le persone indossano il longyi, ovvero un grande pezzo di stoffa che viene annodato in vita che scende fino alle caviglie. Le tipologie variano per colori e qualità delle stoffe. L’abbigliamento delle persone ti catapulta con l’immaginazione, ad un’Asia dei primi anni cinquanta.

Le donne e i bambini hanno spesso sul viso una pasta giallognola di nome Thanaka, la quale viene ricavata da un legno simile al sandalo e viene utilizzata come maquillage e filtro solare.

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I bordi delle poco trafficate strade di Yangon sono invasi di bancarelle che vendono un po’ di tutto (frutta, verdura, fiori, carne allo spiedo, vestiti, pesce essiccato dall’odore nauseabondo, etc.) e passeggiando tra queste, l’olfatto viene stimolato dall‘odore pungente di spezie che emanano le bancarelle dei venditori delle noci di betel.

Il consumo di questo seme è assai diffuso e radicato nei costumi di molte popolazioni indigene: una pratica antichissima che risale ancor prima della nascita di Cristo.

Il seme viene estratto dalla palma di Betel (Palma Areca) e sembra abbia notevoli proprietà digestive e cardiotoniche. Viene consumato sotto forma di bocconcini: si tagliano le noci in fettine sottili, si avvolgono in foglie di pepe di betel, spolverate preventivamente di calce e si aggiungono altre spezie a scelta come cardamomo, noce moscata, cannella, etc..

Il consumo viene effettuato dopo i pasti per profumare l’alito e aiutare la digestione, ma anche per riti cerimoniali.

Le foglie di pepe di betel danno un sapore piccante oltre a un blando effetto narcotico e una volta tagliate presentano un color rosso porpora.

I bocconcini vengono tenuti in bocca e masticati per diverso tempo (a volte anche ore) e presentano l’inconveniente di tingere la bocca di rosso e annerire i denti.

Le strade e i marciapiedi sono costellati di macchie rosse ed è buona prassi fare attenzione ai passanti spesso in procinto di sputare.

Yangon non è una città dalle mille attrattive e per certi versi non risulta nemmeno bellissima.

Possiede però il più grande e strabiliante tempio buddhista del paese e molto probabilmente di tutta l’Asia: la Shwedagon Paya.

Immagine-162Questo incredibile luogo di culto è per i buddhisti birmani quel che per i cattolici rappresenta la Basilica di S. Pietro a Roma.

La leggenda narra che fu costruito 2500 anni fa ma secondo gli archeologi fu innalzato tra il sesto e il decimo secolo. Di incredibile pregio lo stupa – o meglio  zedi (ovvero una struttura a forma di campana che non è cava al suo interno)-e la sua cupola.

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Come per tutti i siti di culto buddhisti, prima di entrare bisogna togliersi le scarpe.

Le quattro entrate al sito sono fiancheggiate da diverse botteghe che vendono fiori da offrire al tempio, nonché ombrelli di carta per cerimonie, bastoncini d’incenso, immagini della divinità, etc..

Salendo le scale si arriva alla grande piattaforma dove al centro è posto l’enorme luccicante zedi.

Intorno ad esso sorge un gran numero di stupa più piccoli, templi, statue, padiglioni aperti per la preghiera, santuari dedicati ai giorni della settimana, altari, reliquiari, guglie, etc..

All’interno del complesso sorge il padiglione della campana, il quale custodisce l’enorme campana Maha Ganda Bell del pazzesco peso di 23 tonnellate.

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La grande campana fu trafugata dagli inglesi che cercarono di trasportarla in Inghilterra, ma il destino volle che cadde nel fiume e non furono più in grado di ripescarla. I birmani dal canto loro, strapparono la promessa dagli inglesi che in caso fossero riusciti a ripescarla, se la sarebbero potuta tenere….. e sembra ci siano riusciti…..

La brillantezza del sito unita alla devozione e preghiere dei pellegrini, trasmette un forte senso di pace, rendendo indelebile il ricordo splendido del luogo.

Consiglio di visitare la Shwedagon Paya almeno due volte durante il viaggio; la prima volta di giorno per ammirarla in tutta la sua dorata magnificenza, la seconda invece al tramonto/sera quando l’intero sito si illumina di luci colorate che regalano un’aurea davvero magica.

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Un altro stupa da visitare è la Sule Paya: vecchia di 2000 anni è nel bel mezzo di una rotatoria stradale; ricostruita più volte nei secoli sembra che lo stupa centrale del tempio custodisca la reliquia del sacro capello del Buddha.

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Molto interessante è la collezione d’inestimabile valore del National Museum, dove si può ammirare il celebre trono del Leone di 8 metri appartenuto all’ultimo sovrano birmano.

Essendo unImmagine-1611 paese ricchissimo di materie prime e pietre preziose (rammento che il Myanmar è il paese dei
rubini più belli al mondo
… i famosi “Sangue di Piccione”), imperdibile è una visita al Myanmar Gems Museum dove sono custoditi lo zaffiro più grande al mondo, un esemplare da Mogok nel nord del paese, il quale con un peso di 12 kg. e un’altezza di 17 cm. raggiunge l’astronomico valore di 63.000 carati.

Il museo annovera anche la giada, lo zaffiro a stella e il rubino grezzo più grandi del mondo. All’interno del museo c’è pure il Gems Market dove si possono fare buoni acquisti, anche se non proprio alla portata di tutti.

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BAGO

Lasciata Yangon a bordo di un trishaw sovraffollato all’inverosimile, arrivai a Bago (due ore circa di viaggio) in un autentico groviglio umano con altri passeggeri locali.

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Il paesaggio tra Rangoon e Bago è disseminato di bellissime risaie, paesaggi rurali verdissimi, con molte palafitte e capanne.

Bago è un’ottima meta dove spendere una giornata e spezzare il  viaggio che mi porterà a visitare la celebre Golden Rock.

Antica capitale, citata dai primi viaggiatori europei come Pegu, annovera diversi monumenti religiosi.

Mentre si gironzola per la cittadina l’attenzione è catturata dal gran numero di monaci di tutte le età, infatti la cittadina ha diversi monasteri dove i monaci si formano.

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Si pensa che in Birmania ci siano circa 400.000 monaci.

Ogni birmano maschio trascorre un periodo della sua vita in un monastero, entrandovi due volte nel corso della sua vita.

La prima volta avviene tra i 6 e i 18 anni (una sorta di noviziato) e l’evento viene festeggiato dalla famiglia di appartenenza, che acquisisce merito quando un familiare entra in monastero.

I monaci hanno il capo rasato, non possono possedere nulla, solo la tonaca, una tazza, un rasoio, un ombrello e la ciotola per le elemosine; il cibo lo ottengono dalle offerte della gente.

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Mangiano due volte al giorno: all’alba e verso le 11 del mattino, poi entrano in digiuno fino al giorno successivo.

Per molte persone la scelta di diventare monaco, oltre ad essere una vocazione religiosa, è un mezzo per ricevere una buona istruzione.

2010_08260402Interessante è la visita al Kha Khat Wain Kyaung uno dei più grandi monasteri dell’intero Myanmar, dove si può entrare nel refettorio durante il pranzo dei monaci delle 10,30 del mattino.

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Tra i monumenti più importanti di Bago spicca lo Shwethalyaung Buddha ovvero uno splendido Buddha sdraiato di 54 metri di lunghezza e 16 metri di altezza.

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La leggenda narra che il figlio di un re molto violento si innamorò di una fanciulla di fede buddhista; nonostante il principe venerasse idoli pagani come tutto il popolo del regno del padre, i due si sposarono.

Quando la notizia arrivò al re, egli ordinò che fossero messi a morte entrambi, ma quando la sposa si mise a pregare davanti alla statua dell’idolo pagano  questa si frantumò in mille pezzi e l’esecuzione fu sospesa.

Il re preso da un presagio funesto ordinò che venisse costruita una statua del Buddha e che tutti i suoi sudditi si convertissero al buddhismo.

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Altri monumenti da visitare sono la Kyaik Pun Paya con 4 grandi Buddha seduti alti 30 metri posti schiena contro schiena,  la Shwemawdaw Paya che distrutta e ricostruita più volte nella storia, domina il panorama della cittadina con i suoi invidiabili 113 metri e la  Mahazedi Paya (Grande Stupa) tempio che in passato custodiva un dente del Buddha appartenente al Buddha di Kandy in Sri Lanka, una delle reliquie buddhiste più sacre.

Merita anche una visita lo Snake Monastery dove l’attrazione è un enorme pitone birmano di 125 anni che secondo la leggenda è la reincarnazione di un monaco.

2010_08260465Sotto un cielo plumbeo che non prometteva nulla di buono, dopo circa 4 ore di bus giunsi a Kinpun sotto la pioggia.

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Kinpun

Il minuscolo villaggio è la base d’appoggio per l’escursione al Mt. Kyaiktiyo (Golden Rock), non ha nulla di interessante da vedere salvo qualche curiosa scena di vita quotidiana da immortalare con la macchina fotografica.

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La strada che da Kimpun arriva fino alla Golden Rock è davvero ripidissima, a tratti impervia; il trasporto dei turisti, vista la pendenza della strada, viene fatta su camion scoperti (lain-ka) in quanto nessun altro mezzo riuscirebbe a risalire una strada tanto ripida.

2010_08260575Sotto un’acqua torrenziale (credetemi!!!!… mai visto tanta acqua cadere dal cielo) coperti dai k-way e da un telo in plastica improvvisato sul cassone, affrontammo questo viaggio della speranza ammassati come bestie.

Oggi ripensandoci c’è da ridere, ma ribadisco che non ho mai visto cadere tanta pioggia incessante come in quel giorno.

I panorami erano lussureggianti.

I camion arrivavano fino al Yatetaung bus terminal, punto di arrivo di tutti i veicoli.

L’ultimo tratto (circa 1 ora di strada in salita) bisogna farlo a piedi, scortati da ragazzini che si offrono, in cambio di denaro, di trasportare i turisti in portantina fino alla piana del sito; naturalmente, sotto un diluvio di quel tipo era del tutto improponibile.

Giunto in vetta, sotto una pioggia sempre più incessante, fradicio, mi rifugiai in uno dei bei monasteri che occupano la piana della Golden Rock (…averla vista !!!!….a causa della nebbia quasi non si vedeva alla distanza di 5 metri!!!

2010_08260619Un vero peccato in quanto avevo visto le foto di un’altra viaggiatrice e il paesaggio della valle sottostante era davvero bellissimo ….io invece ho visto mestamente solo un infinito letto di nebbia sotto un diluvio universale …..   ).

La Golden Rock è uno dei simboli e uno dei siti buddhisti più sacri di tutto il Myanmar essendo un’importante meta di pellegrinaggio per tutti i buddhisti.

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La leggenda vuole che il grande masso mantenga il suo equilibrio precario grazie a un capello del Buddha collocato in un punto ben preciso dello stupa.

La roccia d’oro è un enorme pietra rivestita di lamine d’oro, posta in bilico sull’orlo di un dirupo e sovrastata da uno stupa alto più di 7 metri.

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Ad Agosto il monsone non dà scampo; prima di partire ero stato avvisato da altri viaggiatori; devo ammettere che viaggiare in certe condizioni è davvero scoraggiante. Mi sento di sconsigliare un viaggio nel paese nel mese di agosto, perlomeno nel sud del paese, mentre al nord il tempo è stato tutto sommato buono.

Rientrato a Yangon, con un volo aereo arrivai a Mandalay.

Se viaggiate in periodi uggiosi, sono da evitare lunghi tratti in bus in quanto le strade non sono affatto in buone condizioni e pare
che i bus, essendo piuttosto malandati, abbiano diverse perdite nelle carrozzerie: si rischia di arrivare a destinazione malconci, con i vostri zaini completamente inzuppati e con diverse ore di ritardo sulla propria tabella di marcia.

Gli aerei interni sono invece regolari. I mitici aerei dei voli interni anni ’90 dove pioveva dentro e bisognava portarsi l’ombrello, sembra siano solo un ricordo del passato.

I voli interni sono effettuati da dei veri aero-bus; data la sguarnita flotta aerea, i velivoli sono costretti ad atterrare, lasciare i motori accesi, scaricare, ricaricare le persone e ripartite dopo 20 minuti.

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 Mandalay

Mandalay è una città molto afosa, trafficata e in alcune zone piuttosto trasandata.

Resta comunque una tappa obbligatoria per i dintorni di notevole interesse e, tutto sommato, nella città stessa sono presenti diverse attrazioni che meritano una visita.

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La Mahamuni Paya è uno dei siti buddhisti più celebri del paese; l’attrazione principale della paya è la massiccia statua in bronzo alta 4 metri che pare risalga al I° secolo D.C.. Nel corso del tempo i fedeli hanno completamente ricoperto la superficie della statua in foglia oro, formando uno spesso strato di 15 cm.

Ogni mattina un gruppo di monaci lava il viso e i denti alla statua, solo agli uomini è permesso di applicare le lamine d’oro, mentre alle donne non è permesso di entrare nella sala dove risiede il Buddha.

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La costruzione più imponente della città è certamente il Mandalay Palace & Fort; andato distrutto nella Seconda Guerra Mondiale, è stato ricostruito con il lavoro forzato e portato a termine negli anni ’90. Imponente la cinta muraria fortificata lunga 3 km e alta 8 metri e circondata da un fossato largo ben 70 metri.

DSCF8985Molto interessante da visitare è il monastero in legno Shwenandaw Kyaung stupefacente testimonianza dell’architettura monastica lignea tradizionale. Non da meno è il monastero in tek Shwe In Bin Kyaung costruito alla fine del 1800 su commissione di un paio di importanti mercanti di giada cinesi, che presenta bellissimi intagli lignei lungo i cornicioni e le balaustre.

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Da non perdere la Sandamuni Paya, formata da dozzine di stupa bianchi, custodisce un’effige in ferro del Buddha; lo stupa centrale è attorniato da 1774 lastre di marmo con incisi commenti relativi alle scritture classiche buddhiste (Tripitaka).

La Kuthodaw Paya con le sue 729 lastre in marmo attorno allo stupa è definita “Il libro più grande del mondo”. Le lastre recano tutti i 15 libri che compongono le scritture classiche buddhiste: pare che per leggerli interamente siano necessari oltre 15 mesi, per 8 ore al giorno.2010_08090693

Una breve occhiata la merita pure la Kyauktawgyi Paya con all’interno l’enorme statua del Buddha alta 8 metri e pesante 900 tonnellate scolpita in un unico blocco marmoreo; la leggenda narra che ci vollero 2 settimane e 10.000 uomini per trasportarla dal canale fino dov’è tutt’oggi.

Si può chiudere la giornata godendo del tramonto dalla Mandalay Hill, la collina che sovrasta la città. Per giungervi, a piedi scalzi, ci vuole una mezzoretta. Il panorama dall’alto premia lo sforzo.

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Consiglio di raggiungerla al mattino presto o nel tardo pomeriggio per evitare il caldo delle ore centrali.

Come in tutto il paese, la notte a Mandalay non è particolarmente vivace. In città si può assistere ad alcuni spettacoli di marionette e musica tradizionale, anche se un po’ turistici, possono rendere più interessante la serata.

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Mingun

Per raggiungere Mingun ho optato per la via fluviale. Da Mandalay partono barche sul fiume Ayeyarwady che portano di fronte alla zona delle paya.

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L’opzione barca oltre ad essere più rilassante, taglia nel mezzo la campagna circostante, offrendo scene di vita quotidiana, tra scenografiche risaie immerse in una natura lussureggiante.

La Mingun Paya è senza dubbio la pagoda più grande, la si scorge anche lungo il fiume da lontano.

Questa enorme pagoda non fu mai conclusa a causa della morte del re Bodawpaya nel 1819 che ne aveva avviato la costruzione trent’anni prima.

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Vent’anni più tardi, la struttura ricevette il colpo di grazia da un forte terremoto che danneggiò l’edificio; oggi si presenta in rovina con una profonda spaccatura in mezzo.

Arrivando dal fiume, salendo verso la pagoda, l’occhio è catturato da due statue di chinthe (divinità guardiane delle pagode che vengono rappresentate per metà leone e per metà grifone).

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Il progetto prevedeva un’estensione di tre volte superiore rispetto all’attuale.

La maestosa struttura di mattoni supera, in larghezza, i 140 mt. Dalla rovente terrazza si gode di un bellissimo panorama sul fiume e sulla campagna circostante.

Da non mancare una visita alla Mingun Bell che con i suoi 4 metri di altezza, un diametro di più di 5 metri e un peso di 90 tonnellate, sembra sia la campana sospesa più grande del mondo.

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Anche  la Hsinbyume Paya con le sue accecanti terrazze bianche che contrastano con la natura verdissima circostante merita di essere visitata.

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Rientrato a Mandalay, preventivamente accordatomi con l’autista di un trishaw, l’indomani mi sono spostato verso le antiche ex capitali nei dintorni.

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Amarapura

La prima antica capitale che si incontra è Amarapura, nota per il famoso U Bein’s Bridge il ponte pedonale in legno di tek più lungo al mondo.

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Lungo 1,2 km, attraversa il lago Taungthaman fino ad arrivare al villaggio omonimo. All’inizio del ponte merita certamente una visita il monastero Maha Ganayon Kyaung che ospita migliaia di monaci; assistere al pranzo delle 10 è stato suggestivo.

Ricordo centinaia di monaci in fila indiana in attesa di ricevere la loro razione di cibo; una volta ricevuta quest’ultima, con grande ordine e calma prendevano il loro posto nei grandi refettori.

Il monastero è noto per la dura disciplina religiosa e come centro di studi monastici.

2010_08090315Il ponte sul lago trasmette un forte senso di quiete; attraversandolo si incontrano diversi monaci con ombrellini da sole, bambini, studenti nelle loro divise, pescatori che lanciano la lenza in acqua, uomini in bicicletta… insomma, una vera e propria via pedonale con tanto di aree di sosta dove poter bere e mangiare qualcosa.

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Giunti all’altro capo del ponte si arriva al villaggio di Taungthaman, oltre a diversi posticini dove poter pranzare, vi sono numerose bancarelle di souvenir.

A pochi passi dal ponte sorge la Kyauktawgyi Paya, struttura dal particolare tetto a cinque piani.

Consiglio di riattraversare il lago con una barca per ammirare la vita sul ponte da una delle minute imbarcazioni che transitano indolenti sul lago stesso.

Le barchette sono molto piccole  e viaggiano a raso dell’acqua; i colori dal basso sono molto vivi e il rumore dei remi che scivolano  sullo specchio d’acqua piatto, infondono un profondo stato di pace e avvicinamento con la natura che ti circonda.

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I monaci con le loro tonache color zafferano, contrastano in maniera nitida l’azzurro di un cielo terso alle loro spalle, le ombre dei bambini in fila indiana con le loro cartelle sulle spalle sono  ottimi spunti per scattare fotografie all’infinito.

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Paleik

Non lontano da Amarapura, precisamente nel villaggio di Paleik, ho visitato la Pagoda del Serpente (Snake Pagoda).

All’interno del tempio sono venerati tre pitoni che dormono vicino alle statue dei Buddha.

I rettili vengono regolarmente lavati e nutriti e dietro una piccola offerta in denaro è consentito farsi fare qualche scatto con un pitone tra le mani.

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Inwa

A pochi kilometri sorge Inwa (o meglio conosciuta come Ava) che fu capitale del regno per 400 anni; nessun’altra città fu mai capitale per un tale periodo di tempo nella storia della Birmania.

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Inwa viene generalmente visitata dai turisti a bordo di calessi trainati da cavalli; per motivi di tempo, ho optato per la moto con autista.

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La piacevole e pacifica campagna con verdi risaie e palme è disseminata di templi, stupa e bassorilievi inghiottiti da sterpaglie; molti di questi scorci di rovine antiche evocano le vestigia di un passato importante.

Degni di nota sono il monastero stuccato color ocra Maha Aungmye Bonzan, il complesso della Htilaingshin Paya, e Bagaya Kyaung, il monastero interamente costruito in tek con preziosi intagli lignei, scuola per i bimbi bisognosi.

A breve distanza da Inwa sorge un’altra ex capitale: Sagaing.

Sagaing

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Sagaing visse il suo periodo di massimo splendore dopo la caduta di Bagan, diventando nel 1315, per un breve periodo di cinquant’anni, capitale di un regno shan indipendente.

Sagaing Hill si raggiunge con un’impegnativa scalinata tra monasteri, templi e stupa; dalla sommità si gode un’affascinate vista sulla campagna punteggiata da oltre 500 stupa di ogni dimensione.

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Noto centro religioso, in città vi sono molti monasteri e le strade sono invase da orde di monaci e monache; davvero un peccato aver avuto poco tempo a disposizione.

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da Mandalay a Bagan

Rientrato ancora una volta a Mandalay per la notte, l’indomani sono partito via fiume alla volta di Bagan; ritengo questa traversata sul fiume Ayeyarwady davvero imperdibile.

Il viaggio, a seconda dalla tipologia d’imbarcazione utilizzata, dura dalle 7 alle 10 ore.

Con l’alba che doveva ancora salire e con un sonno incredibile, a causa di un malinteso con l’addetto al controllo biglietti, sono salito sulla barca “lenta”, quella che viene utilizzata anche dalla gente del posto.

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Pensando di essere salito sul fast-ferry, ricordo che mi chiedevo in quali condizioni potesse versare l’imbarcazione più lenta ed economica.

Al primo controllo biglietti, mi sono accorto di essere sull’imbarcazione sbagliata. A metà viaggio, una volta raggiunti dal fast-ferry, ho cambiato per la barca comoda and fast.

Inutile dire che la barca lenta, seppur più sgangherata trasmette un maggior senso di avventura: la gente seduta per terra su stuoie e panche di legno, le gambe incastrate tra ceste di verdure, sacchi di cereali e pentole di ogni dimensione, la varietà delle etnie e degli abbigliamenti.

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Attraversando la campagna birmana (l’ex grande risaia dell’Asia), lo sguardo è fatto prigioniero dalla vita quotidiana che scorre lenta sulle sponde del fiume: donne che portano la spesa in testa mentre fanno rientro al loro villaggio, carri trainati da buoi che trasportano legna, contadini che con l’aiuto di rudimentali aratri solcano il terreno, vivaci mercati di ortaggi dove simpatiche donnine alla vista delle barche si sbracciano per venderti qualcosa, suini e capre e quant’altro; bambini scalzi giocano con nulla davanti alle capanne, distese di un verde intenso tra alberi di banani e campi coltivati, immersi in un’atmosfera senza tempo.

Sull’imbarcazione “veloce” per turisti, il viaggio risulta certamente più agiato, seduti in seggiole in vimini posizionate sul ponte scoperto per ammirare meglio il panorama.

Innumerevoli e scenografici antichi stupa annunciano l’imminente arrivo a Bagan e trasmettono un forte senso di traguardo raggiunto.

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Bagan

Le imbarcazioni approdano a Nyaung U che è la principale via d’accesso a Bagan; la zona archeologica di Bagan si estende per oltre 40 kmq tra  la stessa Nyaung U,  New Bagan e Old Bagan.

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Bagan è la meta imperdibile di un viaggio in Birmania: inspiegabilmente non ancora inserita nella lista dei siti patrimonio dell’umanità UNESCO.

Con la sua piana che ospita più di 4.400 templi antichi risalenti a diversi secoli fa, nonostante l’afflusso turistico sempre in aumento, Bagan è un rilevante sito impregnato di storia, immerso in magnifico paesaggio agreste che si fonde con un placido senso di spiritualità.

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Per le sue estese dimensioni, consiglio di visitare l’area con mezzi differenti.

A seconda di dove si alloggia si possono visitare alcune zone in bicicletta e altre zone più lontane con l’ausilio di un trishaw o a bordo di un carretto trainato da un cavallo.

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Bagan è stata un importantissimo centro politico-religioso tra il X secolo e il 1287 quando fu poi espugnata dai mongoli inviati da Kublai Khan per conquistarla.

In appena 200 anni i re che si succedettero al trono l’abbellirono costruendo centinaia di siti religiosi per celebrare la figura del Buddha, testimonianza del passaggio  dal credo indhuista a quello buddista.

In questo periodo di grande fervore artistico (suddiviso in tre fasi note come periodo antico, medio e tardo) Bagan conobbe il suo periodo aureo.

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Oggi, di quello che era in passato Bagan, non rimane che una piccola parte.  Nel corso dei secoli l’area è stata sottoposta a saccheggi, all’erosione del tempo e al devastante terremoto del 1975 che colpì il sito danneggiando gravemente tutta la zona e molte strutture religiose.

Bagan è la vera meta imprescindibile di un viaggio in Myanmar e nessun altra cosa vista durante il mio viaggio mi ha regalato una suggestione tanto intensa.

Sfrecciare con una bicicletta su stradine sterrate, pianure coltivate punteggiate da dozzine di templi e stupa antichi, godere dei bellissimi panorami che la piana regala, addentrarsi in suggestivi corridoi bui tra imponenti statue di Buddha, affreschi che trasudano storia e bassorilievi, scrutare le scene dell’ambiente rurale nel quale è ovattato il sito… sono immagini molto nitide e momenti indimenticabili che chi visita Bagan porta con sé per tutta la vita.

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Tra i templi più belli, certamente tra i più celebri, grandi e meglio conservati, l’ Ananda Pahto: sembra sia stato costruito a cavallo tra il 1090 e il 1105, momento di passaggio  dal periodo antico agli albori del periodo medio.

Si può vedere il suo alto e dorato hti (pinnacolo) di 52 metri in lontananza da tutta la pianura.

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Sulla base della struttura e sulle terrazze sono applicate a decorazione formelle invetriate che si pensa derivino da testi mon. Al suo interno vi sono 4 grandi Buddha dorati di 10 metri. Le statue presentano sguardi differenti (uno di loro, grazie ad un artificio dello scultore, sembra che sia triste o sorridente a differenza da dove lo si guardi) e diverse posizioni di mani e dita (mudra).

Un altro tempio molto bello da visitare è la Shwesandaw Paya dove pare sia custodito un capello del Buddha; la bianca struttura a forma piramidale è composta da 5 terrazze con in alto uno stupa circolare.

Dalla sommità, dopo una ripida salita sulla gradinata del tempio, si gode di un perfetto panorama sulla pianura sottostante costellata di guglie, templi e strutture religiose di ogni dimensione.

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Il luogo è adattissimo per godersi il tramonto, anche se  affollato da turisti.

Meritano certamente una visita il Gubyaukgyi Temple eretto nel 1113, in stile indiano, con stucchi alle pareti esterne ancora in buonissimo stato. Al suo interno vi sono preziosissimi affreschi ben conservati, è necessaria una torcia per ammirare quelli posti sul soffitto.

La Nan Paya che in origine era un tempio hindu fu probabilmente convertita in prigione. I pilastri del santuario centrale presentano splendidi bassorilievi in arenaria (tra i più belli e raffinati di tutta Bagan) raffiguranti il dio Brahma.

L’imponente Sulamani Pahto con le sue terrazze che scendono formando una struttura piramidale e a Payathonzu formata da tre santuari interconnessi tra loro, sono sicuramente tra i più belli e meglio conservati; gli affreschi e gli stucchi dei pilastri testimoniano l’alta raffinatezza architettonica raggiunta a quell’epoca; così come la luccicante e dorata Shwezigon Paya che ospita grandi statue di Buddha in posizione eretta alte 4 mt., le statue bronzee più grandi sopravvissute a Bagan.

Non basterebbero pagine e pagine per elencare tutti i templi presenti nella valle!

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Una piacevole escursione non lontano da Bagan, è la visita al Monte Popa. Il modo più veloce per raggiungere questa montagna è affittare un trishaw con autista.

Lungo la strada dissestata s’incontrano fabbriche artigianali della lacca e del Toddy, liquore ricavato dalla fermentazione del succo di palma.

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Il 25 Agosto 2016, mentre la terra tremava ad Amatrice e nel centro Italia, anche la Birmania è stata scossa da un violento terremoto di magnitudo 6.8, che ha ucciso tre persone e danneggiato 100 pagode di Bagan.

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Monte Popa

Il Monte Popa è una vetta a forma di torre di origine vulcanica alta circa 740 metri.

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Questo monte dalla forma insolita è la dimora dei 37 nat principali (per questo viene anche definito l’Olimpo del Myanmar). I nat sono spiriti naturali rappresentati nelle tradizioni sciamaniche ed animiste delle tribù e nelle credenze popolari vivono in templi, montagne, fiumi, etc..

Secondo la tradizione gli spiriti provengono da persone che hanno subito una morte atroce o violenta, un assassinio o sbranati da feroci animali; lo spirito esercita un particolare potere su luoghi e vicende umane. E’ emblematico quanto i birmani, nonostante siano per la maggior parte di una salda fede buddhista, temano fortemente i nat.

 

Sulla cima del  picco roccioso sorge un complesso di templi e monasteri a strapiombo sulla valle sottostante. Per raggiungere la vetta bisogna farsi una mezz’oretta di camminata (quasi 800 scalini a piedi scalzi!) attraverso un passaggio coperto, dominio di scimmie tutt’altro che innocue. Le scale sono costellate di sterco e piscio degli indomiti animali.

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Tutto ciò non deve certo scoraggiare, l’impresa vale sicuramente lo splendido panorama sulle foreste e pianure verdissime che circondano il monte.

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Lago Inle  

Rientrato a Nyaung U, il giorno seguente ho lasciato a malincuore la sbalorditiva piana di Bagan per raggiungere Heho con un altro volo interno , l’avamposto per l’ultima meta del viaggio: il Lago Inle.

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L’aeroporto di Heho dista circa una quarantina di kilometri da Nyaungshwe che è il centro dove la maggior parte dei turisti soggiorna.

Il villaggio, che si trova sulla sponda settentrionale del lago, è visibilmente turistico; guesthouse, agenzie che organizzano escursioni sul lago, ristorantini… un luogo con un’atmosfera molto rilassata e molti viaggiatori zaino in spalla.

Il tempio più antico della cittadina è la Yadana Man Aung Paya con il pregevole stupa tutto dorato, unico esempio di stupa a gradini di tutta la Birmania.

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In paese ci sono anche diversi monasteri, lo Shwe Gu Kyaung e il Kan Gyi Kyaung ospitano il gruppo più nutrito di monaci di tutte le età.

Il monastero in tek più scenografico, nonché il più fotografato di tutto il Myanmar, è lo Shwe Yaunghwe Kyaung dalle finestre ovali,  affaccio di curiosi giovani monaci novizi. Entrando si respirano momenti di un passato lontano e di una spiritualità intensa insoliti per gli occidentali. Molto interessante vedere i monaci bambini recitare le scritture sotto l’occhio vigile dell’anziano monaco maestro.

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Ogni giorno si tiene un mercato mattutino dove convergono dagli altri villaggi mercanti di diverse etnie con le loro merci (ortaggi, pesce, oggetti d’uso quotidiano, etc.).

Le tribù che popolano il lago sono quelle Intha, Shan, Kayah, Pa-o, Danaw, Danu, Taung yo e si possono distinguere tra loro per i colori dell’abbigliamento che portano; secondo il gruppo etnico al quale appartengono, sfoggiano diversi costumi tradizionali: longyi di colori e motivi differenti, camicette ornate da medaglioni e nappine argentate, copricapi colorati (come sciarpe) a righe o a rombi.

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Molti viaggiatori consigliano di effettuare trekking tra i villaggi del lago; a causa del tempo un po’ incerto e dello scarso tempo a disposizione ho abbandonato l’idea e effettuato una delle tante escursioni in barca tra i villaggi che costellano le sponde del lago.

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Il Lago Inle si trova a circa 900 mt. di altitudine e le sue dimensioni sono di 22 km di lunghezza e 11 km di larghezza.

La prima cosa che balza all’occhio sono i pescatori del lago che conducono le loro lunghe imbarcazioni remando con una gamba.

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La bizzarra metodologia di “navigazione” è messa in atto a causa dei canneti e delle abbondanti alghe che ricoprono  la superficie del lago. Queste condizioni rendono difficile condurre la barca da seduti data la difficoltà di vedere attraverso la vegetazione.

Questa pratica è utilizzata solo dagli uomini:  a poppa in posizione eretta rimangono in equilibrio su un piede, mentre vogano con l’interno dell’altra gamba con il remo appoggiato in prossimità della caviglia.

Si rimane davvero stupefatti nell’osservare con quanta perizia lanciano le loro reti senza peraltro scomporsi minimamente, restando in perfetto equilibrio su una sola gamba.

Le sponde del lago sono disseminate di villaggi di palafitte, per la maggior parte di etnia Intha: molto interessante – e anche  molto turistico- è visitare i laboratori che si susseguono su alcune di queste palafitte.

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Laboratori di tessitura, dove abili artigiani con i loro rudimentali telai producono elaborati e coloratissimi scialli o sciarpe, piccole fabbriche dove si producono sigari, laboratori che forgiano gioielli in argento e altre leghe: anche se di forte impronta commerciale,  costituiscono buone occasioni d’acquisto.

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Tra i laboratori, il più interessante è quello dove viene effettuata la lavorazione ai fiori di loto. Questo bellissimo fiore si può ammirare in tutto il Sud-Est Asiatico ed è presente in tutte le pagode/templi buddhisti.

Il fiore di loto viene lavorato  abilmente dalle mani di donnine esperte che incidono lo stelo, ricavano sottilissimi filamenti bianchi che vengono poi tessuti delicatamente fino a realizzare dei drappi morbidissimi; questa tradizione pare sia unica al mondo e realizzata solo in Myanmar.

In un testo antico si narra che a Siddhartha venne donata da un essere divino una tunica monacale ricavata da un bocciolo di fior di loto, la leggenda vuole che durante la festa della luna una donna volle emulare il gesto di offerta al Buddha, da qui la tradizione di vestire le statue con drappi di loto.

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Tra questi laboratori vivono anche le donne Padaung, note anche con l’appellativo accollatogli dagli inglesi durante il loro dominio: “Donne Giraffa”.

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I Padaung sono originari dello stato Kayah sul confine con la Thailandia a sud del Lago Inle e sono una minoranza etnica nello Stato Shan e dello stesso Stato Kayah da dove provengono. Alle donne Padaung vengono messi anelli in ottone al collo fin dall’età di 5 o 6 anni. Le donne Padaung sono delle ottime tessitrici e sembra che la scelta di portare gli anelli venga espressamente richiesta dalle bambine alle proprie madri.

L’antica tradizione di impilare anelli di ottone intorno al collo ha reso le Padaung una delle principali attrattive turistiche del paese, di forte richiamo quasi fosse un fenomeno da baraccone. Non a tutte le donne vengono applicati gli anelli, le donne Padaung si distinguono in “colli corti” e “colli lunghi”. Una volta iniziata la pratica di inserimento del primo anello, ne vengono aggiunti altri ad uno ad uno, a distanza di qualche anno. Il peso che viene raggiunto può arrivare ai 10 kg.; le donne più adulte possono indossare oltre 20 anelli, molte di loro li portano anche alle caviglie. L’applicazione di questi pesanti anelli di ottone luccicante attorno al collo causa deformazioni alla clavicola, riducendo molte donne a non poter più sostenere il peso della loro testa senza “l’aiuto” degli anelli stessi.

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 In molte di queste zone non lontano dai villaggi di palafitte, le popolazioni del lago hanno ideato un sofisticato e ingegnoso intreccio di orti galleggianti. In questi “orti” gli Intha fanno crescere pomodori, fiori e altri tipi di ortaggi; lance a motore viaggiano a tutta velocità tra gli innumerevoli canali e sbarramenti in bamboo che regolano i dislivelli tra le acque.

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Le coltivazioni sono realizzate depositando la terra su “zattere” di alghe e altre piante lacustri che vengono preventivamente essiccate per poi essere fissate in fondo al lago con delle canne di bamboo. La ramificazione delle radici permette di rinforzare la base di sostegno rendendola più stabile, facendo si che gli ortaggi possano crescere come fossero piante a terra. Le coltivazioni in acqua hanno bisogno di continui lavori di aggiustamento e manutenzione, inserendo o togliendo nuove canne di protezione e terra in base a  quanto necessita.

DSCF9919Lungo il bordo paludoso del lago tra gli orti galleggianti e i villaggi vi è un infinito dedalo di canali, più stretti, secondari e di grande scorrimento, come fossero le strade ed i vicoli di una città… con un po’ d’immaginazione la si può pensare come una primitiva  Venezia d’oltre oceano…

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Attraverso uno stretto canale nascosto nella fitta vegetazione raggiunsi a bordo della lancia il villaggio di Inthein alle cui spalle sorge il sito di Nyaung Ohak, una zona affollata di stupa ormai letteralmente inghiottita dalla vegetazione. 

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Nella parte orientale del lago sorge il monastero di Nga Hpe Kyaung (Monastero del gatto che salta) , celebre per i suoi gatti ammaestrati che saltano attraverso dei piccoli cerchi. L’esibizione è molto divertente anche se molti felini sembrano indolenti e affaticati, probabilmente a causa delle numerose esibizioni che devono sostenere ogni giorno.

 

Rientrato a  Nyaungshwe,  dove ho trascorso l’ultima notte del viaggio, ho abbandonato con un nuovo volo interno il lago Inle; dall’aeroporto di Heho sono rientrato a Yangoon per lasciare definitivamente il paese.

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Mi lascio alle spalle questo paese dall’animo profondamente religioso dove il tempo sembra essersi fermato, portandomi dentro tante belle emozioni vissute e infinite nitide immagini di questo popolo gentile che, nonostante la grande povertà e la sua impotenza di fronte alle innumerevoli ingiustizie sociali al quale è sottoposto, con grande senso di dignità, serenità e genuina ilarità non manca mai di regalare un sorriso a tutti coloro che vi si avvicinano.

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UNO SGUARDO ALLA STORIA RECENTE DEL PAESE

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Il Myanmar (Birmania) è un paese con una storia antichissima, allo stesso tempo turbolenta e travagliata, con regni in lotta fra loro che si sono succeduti per secoli.

Colonizzata dagli inglesi a più riprese tra il 1824 e il 1886 in tre fasi note con il nome di I°, II° e terza guerra anglo-birmana, dopo la seconda guerra mondiale, nel gennaio del 1948, il Myanmar diventa indipendente uscendo anche dal Commonwealth.

A seguito di un colpo di stato, nel 1962, il paese cadde sotto il regime del generale Ne Win, il quale, sciogliendo il parlamento, istituì un consiglio rivoluzionario , annunciando che il paese avrebbe intrapreso “La via birmana verso il socialismo”.

“L’utopia birmana” con la sua politica di nazionalizzazione portò il paese a un rapido declino economico.

Innumerevoli soprusi e divieti furono messi in atto fin dagli albori della dittatura: negozi al dettaglio statalizzati dal giorno alla notte senza dare nessun indennizzo ai proprietari, messe fuori corso banconote di grosso taglio per colpire i ricchi che si trovarono carta straccia in mano, concessioni di visti a stranieri col contagocce per un massimo di 24 ore.

Dopo decenni di sofferenza, nel 1988 il popolo scese in piazza per protestare contro il regime a favore della democrazia.

Tali rivolte furono brutalmente represse dall’esercito con oltre 3.000 morti in un mese e mezzo.

Nel luglio dello stesso anno il generale Ne Win si dimette in seguito alle serrate dimostrazioni del popolo contro il suo governo; nonostante ciò la giunta militare rimase saldamente al potere e nel maggio del 1990, dopo aver posto agli arresti domiciliari il segretario generale del partito di opposizione della National League for Democracy (NLD, Lega Nazionale per la Democrazia), Aung San Suu Kyi attivista politica da molti anni in difesa dei diritti umani sulla scena nazionale del paese, permise che, dopo oltre trent’anni di dittatura, si tenessero le prime elezioni.

Tuttavia, nonostante l’intento del regime d’impedire alla NLD di potersi far rappresentare dalla sua carismatica e coraggiosa portavoce, il partito dei generali (NUP, Partito di Unità Nazionale, ex partito del Programma Socialista Birmano) perde clamorosamente il confronto con l’opposizione che, con una schiacciante vittoria, guadagnò l’ 82% dei voti; ciò nonostante fu impedito agli eletti di vestire la nuova carica, sostenendo che la Costituzione dovesse essere sottoposta al vaglio di un referendum nazionale.

Nell’ottobre 1988, l’esercito fece irruzione nelle sedi della NLD, arrestandone i leader.

Oltre un centinaio di parlamentari furono arrestati, mandati in esilio o addirittura uccisi, inducendo gli osservatori internazionali a interrogarsi se le elezioni non fossero altro che un pretesto per far uscire allo scoperto l’opposizione per poterla eliminare con più facilità.

In scia a questi ultimi eventi, i riflettori dei mass-media internazionali, inspiegabilmente assenti fin qui, iniziarono a monitorare la situazione di repressione politica del paese.

Per ostacolare la politica repressiva del regime, i paesi occidentali decretarono l’embargo sugli aiuti stranieri e vendita di armi al Myanmar, il quale dopo la fine degli anni ’80, impaurito dalle rivolte popolari di quegli anni, raddoppiò il proprio esercito salendo a oltre 400.000 uomini, al pari degli Stati Uniti, investendo oltre il 40% del bilancio del paese.

Da fonti internazionali, sembra che molte persone furono obbligate ad arruolarsi, anche fra i bambini, tanto che la Birmania pare sia il paese con il più alto numero di bambini soldato al mondo con un’inquietante cifra che si aggira intorno ai  50.000 individui.

Nell’ottobre del 1991 Aung San Suu Kyi (figlia del generale Aung San Bogyoke, venerato in patria come eroe nazionale, capo della fazione nazionalista del Partito Comunista della Birmania, il quale dopo aver negoziato l’indipendenza del paese dal Regno Unito del 1947, fu ucciso da alcuni avversari politici nello stesso anno, lasciando la bambina di appena due anni) riceve il premio Nobel per la Pace, dopo aver ricevuto dal Parlamento Europeo nel gennaio del medesimo anno il p