CONSONNO

«Qui a Consonno tutto sarà meraviglioso»

di Martina Fortunati

considerarsi parte di una fine è già l’inizio di qualcosa

Daniel Libeskind, architetto

Un paradiso per fotografi.

Le foto sono impressive, non c’è che dire. Incuriosiscono persino chi a Consonno è già stato. Riguardandole, potrei persino pensare di tornare, ora e da sola. E invece credo non lo farò.

Perché è triste, Consonno. Ed è desolante essere lassù, persino in una giornata di sole.

E’ triste quasi quanto la sua storia.

Una storia iniziata nel 1962, alla quale, nel 2016, è difficile credere.

1497902_10152435892338483_2517573740642051454_o.jpgPrima che l’ormai noto conte-imprenditore Mario Bagno se ne innamorasse, Consonno era un borgo medievale di 300 abitanti.

Poi, arrivarono gli anni della bella vita in Italia, del boom economico e del boom consumistico. Vennero anni in cui pensare di trasformare un piccolo paesino delle colline lecchesi in un divertimentificio, poteva essere considerato un’idea geniale, visionaria, eccentrica, invece che, semplicemente, una pessiDSC_1743ma idea.

Bagno decise di fare di Consonno una Las Vegas casereccia, insieme centro commerciale e luna park: un luogo di festeggiamento perenne, a meno di un’ora di macchina da Milano.

Fu così che comprò il borgo medievale, frazione di Olginate, e iniziò a demolirlo.

22 milioni e mezzo di lire servirono ad abbattere abitazioni, negozi, osterie e stalle; a cacciare abitanti, a far saltare una collina a colpi di dinamite (con lo scopo di allargare il panorama)…

Dopo la pars destruens iniziò la, forse ancora più tragica, pars construens: hotel, centro commerciale, ristorante orientale, dancing, sala delle feste. E ancora, sfingi e pagoda giapponese e bistecche texane… nel segno dell’eclettismo, quando sfocia nel pessimo gusto.

Ciò che oggi più conosciamo di Consonno, in quanto soggetto privilegiato di splendide foto, è la arabeggiante galleria commerciale. Tre livelli di colore, sormontati da un minareto.

DSC_1731Molti hanno detto di Consonno che è una Las Vegas abortita. Questo è vero soltanto in parte. Perché Consonno nacque, nacque eccome!

Per dieci anni questa forma di divertimento un po’ kitsch funzionò: qualcuno venne per ballare, qualcuno per mangiare, per feste e concerti e chi, addirittura, per sposarsi. (La chiesa, grazie a Dio, fu risparmiata, insieme al cimitero.)

Poi però, passò di moda. E con l’affievolirsi della luce abbagliante del successo, iniziò a emergere più nitida la polemica, l’immagine dello scempio ambientale.

Poi, una concatenazione di sventure.

  • Nell’autunno del ‘76 una serie di frane bloccarono la strada che collegava il villaggio dei balocchi a Milano;
  • negli Anni Ottanta, Bagno provò invano a riciclare l’hotel ad uso casa di riposo per anziani (forse gli stessi che la sua costruzione aveva fatto finire nei conteiner?),
  • nel 95 egli morì,
  • nel 2006 un rave party diede fine a ciò che rimaneva dell’hotel Plaza e nel 2011, Consonno diventò, formalmente, un paese fantasma.

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Fino al 2011, infatti, il villaggio aveva visto la presenza di 4 irriducibili abitanti.

Mi chiedo come abbiano potuto resistere.

Esistono giorni, a Consonno, in cui eventi e feste trasformano la malinconia e la desolazione in ricordo. Nei restanti, purtroppo, di Consonno rimane uno scheletro, anziché un fantasma. La permanenza a Consonno nel resto del tempo, oggi, è per lo più insostenibile.

Immondizia, graffiti in rovina, strutture in rovina, fil di ferro a prova di tetano, pareti coperte di muschio, pareti ricoperte di muti graffiti, sterpaglie, bottiglie rotte, gatti assonnati che spaventano un poco, pozzanghere con malinconici riflessi, tetti in amianto e una promessa mancata all’ingresso:

«Qui a Consonno tutto è meraviglioso»

Eppure Consonno è famosa. 

In molti hanno manifestato interesse verso questo luogo misterioso. Alcuni per comprarlo, altri per valorizzarlo.

DSC_1739Il paese dei balocchi e l’antico borgo medievale oggi recuperato (la strada è stata riparata, la chiesa di San Maurizio e il memoriale dei Caduti risanati), suscitano universalmente curiosità.

Veltroni vuole girare un documentario. 

“Fallout 4” un famosissimo videogioco fantascientifico ambientato nei secoli XXII e XXIII, ambienterà qui un episodio.

fallout4consonno

Impossibile non capirne le motivazioni: Consonno regala un scenario postapocalittico o da fallout nucleare.

Non ultima Al Jazeera, la famosa emittente televisiva che trasmette in lingua araba e ha sede nel Qatar, si è lasciata affascinare dalla storia dell’antico borgo contadino. In un breve servizio i commentatori non si sono astenuti dal notare le condizioni di abbandono del “Minareto”, ma c’è chi ha provveduto a spiegare loro che non è mai stata una vera moschea, bensì un centro commerciale dallo stile arabeggiante.

Tutti la vogliono, nessuno la prende.

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Consonno è alla disperata ricerca di un principe azzurro che la salvi, non solo dalla fatiscenza estrema, ma anche da problemi come l’EternitConsonno è infatti diventata una Terra dei fuochi brianzola: gli improbabili edifici, che crollano letteralmente a pezzi, sono fatti in amianto. L’allarme da parte delle autorità competenti è diventato un mantra quotidiano che viene quotidianamente ignorato dagli attuali proprietari: i discendenti del conte, impazienti di vender

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Questa visione apocalittica ha un’unica variante: l‘associazione “Amici di Consonno” che cerca, malgrado tutto, di recuperare il recuperabile.

Che apre l’unico bar alla domenica, che promuove eventi e celebrazioni, che incentiva gli skaters, lungo le curve della strada che scende dalla collina verso Olginate: vengono da tutta la Lombardia perché questa strada è chiusa al traffico.

E’ per merito loro che l’associazione Sbandabrianza ha deciso di ambientare un superevento proprio qui, a Consonno: il Ghost Town Freeride: una due giorni per appassionati di skateboard.

I fantasmi sono affascinanti perché hanno ancora un soffio di vitalità strappato alla vita. Consonno deve strapparlo ora. Subito. Con tutte le forze. 

«Qui a Consonno tutto sarà meraviglioso»

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D+

Da LeggereNon ti riconosco. Un viaggio eretico nell’Italia che cambia. Einaudi. «C’è forse più “verità” in quelle travi rugginose, nelle finestre spente dei capannoni dismessi, nell’erba incolta dei vuoti industriali, che nei tronfi piani di sviluppo drogato di ieri. Nelle copertine patinate degli arroganti studi di fattibilità, nelle superfici scintillanti in vetrocemento dei centri direzionali senza direzione e dei centri commerciali pensati come giardini floreali per un consumo lanciato su linee di crescita esponenziale, che hanno deformato a lungo il nostro volto come, appunto, una maschera.»

 

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