Traveling without seeing, di Frank Bruni

travelin-without-seeing.jpgSono a mezzo mondo di distanza da casa mia, in una città che non ho mai esplorato, con tante cose nuove da vedere e da sentire ad ogni angolo di strada. E cosa sto facendo? Sto guardando esattamente lo stesso tipo di programma televisivo che guarderei nel mio appartamento di Manhattan.

Prima di lasciare New York mi sono scaricato un’intera stagione di The wire, in caso mi venisse una crisi di astinenza e avessi bisogno di quel conforto. […]

Dopo venti minuti mi costringo a lasciare The wire e ad avventurarmi per le strade  …] Ma continuo a pensare a come oggi una persona può viaggiare in tutto il mondo, viaggiare attraverso la vita, rimanendo chiusa nel suo bozzolo. Non parlo delle catene di hotel e ristoranti che esistono da tempo e che riescono ad essere identici in ogni angolo del pianeta, qualunque lingua si parli: rifugi tutti uguali per anime e stomaci poco avventurosi.

Parlo dei nostri computer, della nostra abitudine ad essere sempre connessi, della nuvola e tutto il resto.

Parlo della nostra capacità senza precedenti di girare il mondo pur rimanendo all’interno di una comoda realtà fatta su misura per noi, nella galleria monocratica che ci siamo creati.

Questo bozzolo non è fatto solo di auricolari, touch screen e gigabyte di memoria, è legato anche al modo in cui molti di noi usano questa tecnologia e le permettono di usarci. Ci isoliamo rifugiandoci in enclave virtuali che riflettono i nostri gusti consolidati e ci rimandano le nostre incrollabili opinioni.

In teoria, internet e tutti gli strumenti che le sono collegati dovrebbero allargare i nostri orizzonti, spingerci verso territori estetici e intellettuali che ancora non abbiamo esplorato. E spesso lo fa.

Ma, dietro nostra istigazione e con il nostro assenso, ci spinge anche verso tribù che pensano e sentono come noi, amplificando l’eterna tendenza dell’uomo a fare branco. Il cyberspazio, come i quartieri residenziali, è fatto di comunità protette.

I nostri bookmark sul web e i nostri feed sui social media ci aiutano a chiuderci sempre più nel mondo che abbiamo scelto (e anche le televisioni via cavo ci danno una mano).

è il grande paradosso dell’era di Internet: abbiamo molto più accesso che in passato a una vasta gamma di opinioni diverse, ma abbiamo anche la capacità di escludere tutto quello che non rafforza il nostro punto di vista

scriveva Jonathan Martin su Politico […]

Questo tipo di camera d’eco esiste anche sul fronte culturale, dove siamo esortati al conformismo e suddivisi in categorie.

I servizievoli commessi dei negozi che affittavano video e i proprietari delle librerie sono stati sostituiti da meccanismi più sofisticati e automatizzati: adesso abbiamo i consigli di Netflix su qual è il prossimo film che dorremmo vedere, consigli creati in base ai film che abbiamo visto finora , e riceviamo gli inviti di Amazon a comprare romanzi che sono piaciuti a lettori come noi. I siti tracciano il nostro profilo e ci raggruppano di conseguenza.

Seguendo alcuni feed su Facebook o Twitter, possiamo indugiare interminabilmente su uno o due programmi televisivi che ci piacciono. Attraverso i servizi musicali in streaming e la loro capacità di capire i nostri gusti, scopriamo nuovi gruppi che spesso sono soltanto una variante dei vecchi. Gli algoritmi producono anagrammi.

[…]

Ve lo dice uno che troppo spesso fa la stessa cosa, che se ne sta attaccato al suo smartphone e guarda in basso invece che in alto, continua a toccare lo schermo per mantenere il contatto con le solite idee e forme di intrattenimento.

Ma cerca di resistere anche a questa tentazione, perché rinunciare alla possibilità di una scoperta culturale per andare sul sicuro non conviene mai.

A Shanghai c’è uno scenario diverso da tutti quelli che ho visto davvero di persona. Chissà quali altre scoperte mi aspettano?

Frank Bruni

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